Invito alla Meditazione Recollective Awareness
Con Stefano La Fontana
Su piattaforma zoom da lunedì 5 ottobre 2026 dalle 21 alle 22.15
E se i pensieri non fossero un problema?
Chi pratica meditazione conosce bene questa sensazione: ci si siede, si cerca di seguire il respiro, e quasi subito arriva un pensiero. Poi un altro. Poi un’emozione, un ricordo, una pianificazione sul resto della giornata. E con essi arriva spesso qualcosa di simile alla frustrazione — la sensazione di non riuscire a meditare nel modo giusto, di dover ricominciare da capo, di essere ancora una volta distratti da qualcosa che non dovrebbe esserci.
Questo modo di rapportarsi ai pensieri — come a qualcosa da gestire, da lasciar passare, da non seguire — è talmente diffuso da sembrare l’unico plausibile. Eppure vale la pena fermarsi su una domanda semplice: perché mai pensieri ed emozioni dovrebbero essere esclusi dall’esplorazione? Decidere che sono un ostacolo prima di averli attraversati è una prima rinuncia alla possibilità di conoscere se stessi.
La Recollective Awareness Meditation parte da questa domanda e la prende sul serio.
In questa pratica non ci sono istruzioni da seguire rigidamente. Ci si siede, si chiudono gli occhi, e si accoglie qualsiasi cosa emerga. Un pensiero che arriva non sempre deve passare come una nuvola nel cielo — può essere seguito, esplorato, accompagnato nel suo sviluppo. Una fantasia che emerge non è una distrazione da correggere: è qualcosa che è apparso per ragioni che vale la pena incontrare. Un’emozione difficile non richiede di essere gestita o neutralizzata — richiede di essere osservata con la stessa curiosità con cui si osserverebbe qualsiasi altra cosa.
Questo non significa abbandonarsi passivamente a qualsiasi cosa emerga. È come navigare a vela: il vento non è sotto il controllo del marinaio, ma il marinaio non è in balìa del vento. Chi naviga impara a leggere le condizioni e a muoversi spinto dalla forza di ciò che emerge naturalmente, senza fare affidamento a un movimento generato artificialmente. La deriva non è assenza di abilità — è una forma di abilità diversa, più complessa, che richiede tempo per svilupparsi. Allo stesso modo, sedersi senza istruzioni non significa sedersi senza attenzione. Significa portare l’attenzione su ciò che è realmente presente, invece che su ciò che si ritiene dovrebbe esserci.
A volte l’esperienza è intensa: un’emozione che sembra troppo vicina o inaccettabile, un ricordo che ha un peso sgradito, come un vento che diventa improvvisamente tempesta. Affrontarlo a vele spiegate non è un obbligo. Chi naviga sa che ridurre le vele non significa smettere di navigare — ma rimanere in equilibrio sul punto in cui il vento muove prima di diventare burrasca. Anche nella pratica è possibile regolare la distanza da ciò che emerge, senza per questo interrompere il movimento.
Con il tempo, e spesso prima di quanto ci si aspetti, accade qualcosa di inatteso: i pensieri e le fantasie, lontani dall’essere un problema, portano in luoghi inaspettati. Poi, quando hanno avuto lo spazio per esprimersi completamente, si dissolvono da soli. Ciò che sembrava richiedere disciplina e controllo accade invece quando la mente viene lasciata libera di operare secondo la sua natura, una natura non preordinata, imprevedibile, qualcosa di più simile a un territorio vivo, che rivela se stesso solo a chi accetta di attraversarlo senza aspettative.
Non è necessario capire il senso di questa pratica prima di provarla. È sufficiente sedersi, chiudere gli occhi, e osservare cosa succede quando non c’è nulla da correggere. Il resto emerge da solo — o non emerge, e anche questo vale la pena osservare.
Dopo la seduta, c’è un altro momento che fa parte della pratica: trascrivere quello che si ricorda, quello che sembra importante, quello che ha lasciato una traccia. Non si tratta di spiegare ciò che si è vissuto — nessuna parola ci riuscirà mai del tutto — ma di tracciare dei segni. Segni che col tempo possono rivelarsi elementi di una mappa, una mappa che non pretende di essere il territorio, e che sa già che il territorio si modifica costantemente. Eppure qualcosa di utile rimane: il gesto stesso di tradurre l’esperienza in segni, liberamente, senza un modello da seguire, è già una forma di esplorazione che continua oltre la seduta. Ed è anche il punto di partenza più onesto per confrontarsi con chi accompagna la pratica — non un resoconto di ciò che si sarebbe dovuto vivere, ma di ciò che si è effettivamente vissuto.
Per approfondire:
Jason Siff, Unlearning Meditation — Shambhala, 2010
Jason Siff, Thoughts Are Not the Enemy — Shambhala, 2014
DONAZIONE LIBERALE
Il corso viene offerto gratuitamente con l’augurio che sia di massimo beneficio a chi partecipa.
I momenti di pratica hanno una duplice intenzione: sperimentare la riflessione , il raccoglimento nella meditazione e l’ascolto cogliendone i benefici, e al tempo stesso trasformare in azione la motivazione altruistica attraverso il contributo libero che andrà interamente al progetto:
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Questa contribuirà a costruire una comunità che si sostiene e che sostiene le migliori qualità del cuore![]()