“Il prossimo non si sceglie. Non lo sceglie l’aggredito, né il soccorritore. Dunque, potrà essere davvero chiunque? Anche il mio peggior nemico? Anche il peggiore fra gli uomini? E potrò io stesso essere il peggior nemico, il peggiore degli uomini per il mio prossimo?”

 

Stasera ti chiedo uno sforzo. Il libro di cui voglio parlarti, e le riflessioni suscitate in me, non sono cosa semplice. Eppure mi affascina ribaltare un paradigma di pensiero abituale. Se dovessi dare un titolo a ciò che sto scrivendo, direi, pensa al contrario, oppure, ribalta il tuo modo di vedere.

Come sempre inizio da me e ti racconto una storia.

Ho avuto una grande amica. L’ho conosciuta un pomeriggio di sole mentre entrambe aspettavamo l’uscita dei figli da scuola. Lei era una creatura luminosa, meravigliosa ed era anche malata.  Abbiamo trascorso molto tempo insieme. Quando la malattia si aggravava stavo con lei per come sapevo e potevo. Mi piaceva starle vicino, chiacchierare, farle dei piccoli regali che le rendessero le giornate un po’ meno pesanti. Lei un giorno, mentre chiacchieravamo a casa sua vicino alla stufa, mi ha spiegato una cosa importante, come fosse difficile accettare di avere bisogno di aiuto e di permettere di essere aiutata.

Ecco. Uno si immagina di essere sempre in posizione attiva nella relazione con il prossimo, della serie siamo tutti Samaritani, ci piace aiutare l’altro perché il prenderci cura dell’altro ci fa stare bene, ci restituisce una bella e buona immagine di noi stessi. Ed è piacevole, certo. Credo a nessuno piaccia, pensando alla celebre parabola, essere al posto dell’uomo aggredito. È vero che, in teoria ognuno spera, se ciò accadesse, di incontrare un “samaritano” che si accorga di noi, provi compassione e ci soccorra ma non ci piace essere in condizione di bisogno e chiedere aiuto. Quante volte, pur con l’acqua alla gola, ti dici, ce la posso fare da solo… Chiedere aiuto è un’arte delicata: la mia amica aveva ragione, è difficile essere “prossimo”.

La storia del Samaritano parla di estranei e di un incidente imprevisto, io provo a farla facile parlandoti di una mia amica, di una persona speciale, non di qualcuno che non conosco o, peggio, che mi è insopportabile.  Si può esser prossimi agli sconosciuti, a chi, davvero, è difficile da sopportare, a chi è molto diverso da me ed io non condivido nulla delle sue scelte, del suo modo di pensare? Attento, però. Essere prossimo non significa neppure evitare semplicemente conflitti e battere in ritirata ma, proprio con questi, allenare profondamente la compassione, stare, stare con, ora.

E mentre raccolgo questi pensieri magari, da qualche parte, qualcuno pensa a me proprio in questi termini, di un prossimo difficile, perché si è sempre il prossimo di qualcuno in una rete di reciprocità.

Sembra difficile e lo è.

La parabola del buon samaritano su cui verte il libro che ti suggerisco ora, forse ti farà pensare al catechismo e magari penserai ad un argomento vecchio, noioso. Ma ti sbagli. Si tratta di un piccolo, meraviglioso libro che da quella parabola fa una riflessione molto attuale sull’amare, sull’avere compassione per chi incontri sulla tua strada ed ha bisogno di te. Ma l’aspetto più interessante è che ti ricorda che anche tu sei “il prossimo” di qualcun altro che, come te, non ti sceglie. Un legame di prossimità reale e concreto, fatto di azioni e di scelte etiche, consapevoli –basta con riflessioni stucchevoli sull’amore romantico-.

In breve, esercizi quotidiani di compassione: non c’è un perché ad avere cura di qualcuno di lontano o che non ti piace “non importa niente che uomo sia, ma che sia un uomo”.

Per questo, amico mio, leggi questo breve saggio. Prova a ribaltare il tuo modo di vedere, chiediti di chi sei prossimo e chi è prossimo a te.  Chiediti se sai “vedere” l’altro, se lo “senti”, se provi compassione per lui. Inizia dal “facile”, gli amici, i simpatici, quelli che condividono il tuo modo di pensare, i tuoi gusti per allargare la circonferenza di prossimità a chi è via via più lontano.

È una sfida difficile, molto difficile ed impegnativa, ma praticare la compassione è uno degli elementi costitutivi l’amore, cito liberamente Thich Nath Hanh.

“Il mio prossimo là è quello della branda di sopra o di sotto, che vuole fumare o non vuole che io fumi, che russa o mi sente russare, che ha l’epatite C o sospetta che l’abbia io, che va di corpo in un angolo separato da un lenzuolo sbrindellato da me e da altri due o tre o quattro, che vuole vedere la televisione o non vuole che io la veda. Molte guerre di cella, anche cruente, nascono dalla gara per il dominio del telecomando. Chi è il mio prossimo: fra i miei compagni di cella, di passeggio, tra i miei carcerieri, tra gli infermieri che passano alla mattina e alla sera e sono tenuti a controllare che io ingurgiti lì per lì i loro farmaci, perché non li metta da parte per il momento in cui ne avrò più bisogno, o per barattarli con un paio di sigarette o una merendina d’ordinanza.”

 

Adriano Sofri, Chi è il mio prossimo, Sellerio

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