Forme di yoga e qi gong buddhisti in India, Tibet e Cina: un introduzione

Ritiri brevi

Forme di yoga e qi gong buddhisti
in India, Tibet e Cina:
un introduzione

Con MARCO RICCI

Sabato 13 febbraio 2027

(dalle 15:00 alle 18:30) PIATTAFORMA ZOOM

Lo yoga oggi è molto diffuso un po ovunque e molte persone (come è stato per me ad esempio) iniziano a praticare per migliorare qualche piccolo disturbo posturale per poi scoprire che dietro c’è un mondo enorme che offre molto di più, e che ci fa nel tempo restare “invischiati” nel fascino di una cultura straordinaria ed unica.

E’ facile così negli anni maturare un crescente interesse per pratiche via via più sottili passando dalle yogāsana ad esplorare i prāṇāyāma, i kriyā, le mudrā, le diverse tecniche di pratyāhāra, dhāraṇā e dhyāna.
Difficile trovare una scienza così tanto ricca da farci appassionare e apprendere nuove cose in un viaggio conoscitivo che può durare una vita intera.

Molti di questi aspetti, che costituiscono il cuore delle pratiche ampiamente descritte nei testi classici medievali sono però raramente approfondite nella maggior parte degli stili e scuole moderne.

Ad esempio nel testo Haṭhapradīpikā i kumbhaka, cioè i trattenuti pieni, sono sinonimo delle tecniche di prāṇāyāma, le cui otto principali sono appunto chiamate aṣṭa kumbhaka, pratiche che normalmente non sono molto insegnati nelle scuole moderne e lo stesso vale per le tecniche chiamate yoga mudrā.

Ho praticato in passato con piacere in molti degli stili di yoga moderno ma non ho mai trovato una trattazione ed una pratica così dettagliata e raffinata dei kumbhaka come nelle diverse forme di yoga tibetano.
Il Tibet è stato infatti per secoli una specie di frigorifero dove tante tradizioni dell’India si sono conservate anche nei secoli delle grandi invasioni medioevali che hanno spazzato via dall’India molte tradizioni millenarie o a volte lasciandone solo un pallido ricordo invece che una tradizione viva.

Esistono varie forme di yoga tibetano che sono state praticate per secoli in remote caverne e monasteri himalayani come parte del sentiero verso l’ illuminazione secondo vari lignaggi di maestri come Naropa (1016 Lahore -1100 Phullalari), Niguma (X° sec.), Padmasambhava (VIII° sec.), Virupa,etc…, ma tutte hanno le proprie origini nel buddhismo tantrico (vajrayāna), o , a volte, nella tradizione prebuddhista del Bon, oggi quasi indistinguibile nelle pratiche dal buddhismo, e fanno riferimento in prevalenza ad alcuni testi che spaziano dall’VIII° secolo (tradizione del primo arrivo del Buddhismo in Tibet dall’india col Maestro Padmasambhava) al X -XI° secolo (tradizione degli insegnamenti dei mahāsiddha e delle Ḍākinī e secondo arrivo del Buddhismo in Tibet) .

Questi testi straordinari possono essere considerati le più antiche descrizioni dettagliate di pratiche yoga (in quanto precedenti ai testi nāthayoga di Gorakṣa nell’India tardo medioevale ).

Cosa contraddistingue questo stile da altri più noti e diffusi?

Caratteristiche dello yoga tibetano sono:

  • la motivazione altruistica (bodhicitta), che apre e chiude la pratica con la generazione della motivazione per tutti gli esseri senzienti e con la dedica dei benefici e meriti agli altri (parinamāna).
  • le prostrazioni e prese di rifugio nei tre gioielli (probabilmente all’origine dei famosi sūrya namāskar in tradizioni più note)
  • le tecniche di purificazione (dei prānavāyu, dei canali o nāḍī e della mente karmica)
  • l’utilizzo molto sofisticato dei prāṇāyāma che sono molto più dettagliati che nei testi classici dello yoga e si abbinano alle visualizzazioni dei canali.
  • la finalità: la pratica è uno strumento potente di mantenimento della salute e di prevenzione delle malattie, con collegamenti fondati sulla medicina tibetana, ma soprattutto è finalizzata a purificare, armonizzare e accrescere le energie del corpo sottile così da preparare le pratiche avanzate della meditazione nelle pratiche degli anuttara yoga tantra. Si cerca di sviluppare la presenza mentale di pura osservazione (jnāna) che accompagna la consapevolezza del respiro e dei movimenti, sottolineando il percepire rispetto al fare.
  • una forma antica di praticare che coordina in modo peculiare il respiro al movimento tra le āsana (posture), ripartito su varie sequenze, spesso introdotte da un prāṇāyāma e concluse da una meditazione (bhāvana o visualizzazione, a volte con mantra e hastamudrā); si parte dal movimento per andare verso l’interiorizzazione tramite la consapevolezza sul respiro.

 

Alcuni stili tibetani hanno movimenti più simili allo yoga, altri al qi gong (enfatizzando maggiormente il sentire energie sottili muoversi nel corpo del praticante), la maggior parte hanno elementi di ambedue, anche se il termine qi gong è relativamente recente ed in tibetano pratiche simili si chiamano spesso tsa lung trulkhor.

Per fortuna molti testi sono stati recentemente tradotti anche in occidente ed è ora meno difficile trovare centri, in prevalenza centri di buddhismo vajrayāna, dove è possibile apprendere e studiare queste pratiche meravigliose, apprezzandone la vicinanza e affinità con molte pratiche descritte nei testi classici dell’haṭha yoga altrimenti difficilmente comprensibili.

Inutile dire che la pratica sotto la guida di un maestro qualificato che ha maturato una lunga esperienza è di fondamentale importanza, tanto più quanto si avanza sulle pratiche più sottili.

In questo seminario faremo una disamina storica di varie forme di yoga e qi gong buddhiste, vedendo come sono nate in india e come poi si sono sviluppate in alcune delle diverse scuole in Tibet e Cina, esaminandone le diverse caratteristiche principali ed i testi a cui si ricollegano e vedendone anche alcune delle loro pratiche preliminari.

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