Ajahn Sucitto
Imparare a coltivare le relazioni
Discorso tratto dalla newsletter Dhamma Tracks, 02/05/2025
Rafforzando e nutrendo chitta teniamo presente semplicemente di sentire che cosa sia necessario per il cuore, la consapevolezza e la sensibilità. A volte, può essere sufficiente porsi la domanda per far sorgere un senso di spazio, di agio o di calore.
Non devono necessariamente essere presi alla lettera, eppure ci stanno dicendo qualcosa, forse non troviamo la giusta parola, ma siamo in grado di riconoscere che c’è bisogno di qualcosa. Cos’è e come mi sto relazionando?
La prima cosa è imparare a coltivare la relazione. Nella nostra vita condizionata chitta si fissa sulla forma, sulle sensazioni e percezioni, sulla coscienza, sulle attivazioni ed i programmi, le condizioni e i fattori condizionanti legati al regno sensoriale umano, sociale e della famiglia. Si attacca ai piaceri e ai disagi, ai loro ritmi ed imperativi – come il dover fare, progredire, migliorare e li approva, ne è abituata.
Possiamo renderci conto che diventa estremamente stressante cercare di gestire tutto questo in modo armonioso, sia a lungo che a breve termine, nella speranza di sentirci sempre a nostro agio. In realtà, e’ qualcosa da cui risvegliarsi, poiché non è un modello funzionale. E’ qualcosa con cui imparare a relazionarsi riconoscendo i limiti e l’inadeguatezza di questo fardello. Non funzionerà, non sarà stabile e costante, ma una lotta. Certamente, ci potrà essere qualche miglioramento di tanto in tanto che richiede molta energia per essere mantenuto costante, ma ci sarà anche qualcosa che non va: qualcuno che si ammala o che muore, il corpo che si ammala, oppure delle percezioni spiacevoli nei confronti di altre persone o di noi stessi. Tutto questo genere di cose si chiama dukkha condizionato, perciò non aspettiamoci che funzioni. Al contrario, se lasciamo andare quell’idea, saremo più felici.
La mente si trova a lottare con questi attriti ed irritazioni e non potrà mai essere del tutto libera. Chitta ha bisogno di essere nutrita e rafforzata per poter capovolgere questo tipo di paradigma.
Siamo in relazione al corpo fisico, ai nostri programmi mentali e ai nostri comportamenti, a tutto ciò che abbiamo accumulato attraverso il karma del passato, e per distaccarcene sono necessarie pazienza, accettazione, benevolenza.
Il riconoscimento di dukkha inevitabilmente ci causerà un certo turbamento, poiché chitta si identifica con le sue formazioni, con il corpo, la sua forma e lo stato di salute, la giovinezza e si sente confusa di fronte alla malattia, all’invecchiamento, ai fallimenti. E’ stata abituata a raggiungere la felicità attraverso il lavoro, la proprietà, il salario, ad andare avanti veloce per ottenere buoni risultati ed è disorientata quando si ritrova ad affrontare questo genere di cambiamenti.
Lasciamo andare tutto questo e ci rilassiamo, possiamo chiederci che cos’è e dove mi sta portando. Chitta non ha un posto dove ormeggiare e per questo ha bisogno di nutrimento e sostegno; la sua natura è profondamente vulnerabile nei confronti degli aggregati quando si manifestano nella nostra esistenza – alcuni li chiamiamo noi stessi, altri li chiamiamo altre persone. Certi aggregati sembrano il mondo che ci circonda. Ma tutto questo può essere condensato nella qualità della forma e in ciò che riceviamo attraverso la coscienza, le percezioni, i significati, i valori.
Il contatto spiacevole o piacevole sorge in quell’ambito. Il distacco di chitta da questo stato fisso e confuso favorisce una relazione più spaziosa dove il cuore non è turbato.
Il Buddha diede i suoi insegnamenti sulla base di una primaria empatia – anukampa, riconoscendo che la sua pratica poteva essere utile agli esseri senzienti, a coloro che hanno soltanto un po’ di polvere negli occhi. Si ricordo’ dei suoi maestri perché anche se non gli avevano indicato il sentiero, si erano presi cura di lui e gli avevano trasmesso le loro conoscenze. Per questo si recò da loro spinto da un senso di gratitudine, ma purtroppo trovo’ che erano già morti.
Si ricordò anche dei suoi cinque vecchi compagni e nonostante avessero dimostrato un atteggiamento ostile nei suoi confronti, pensò che a loro modo stavano praticando.
Quando entrò nel parco dov’erano seduti furono colpiti dal suo portamento, dalla sua presenza radiosa ed istintivamente si alzarono per offrirgli un posto a sedere. Per questo il Buddha chiese loro ripetutamente: “È la prima volta che mi vedete così?”.
Non era stata una relazione facile, tuttavia notando il loro interesse comprese che forse era possibile stabilire un dialogo. Infine, decise di andare dai suoi anziani genitori; anche con loro la relazione non era stata facile. Il Buddha li lasciò dopo anni di suppliche e discussioni, rinunciando alla sua responsabilità di figlio e di erede del regno. Per la società di quel tempo egli si era sottratto ad un dovere fondamentale.
È interessante osservare che nonostante la complessità di questa relazione alla base ci fosse un senso di compassione a livello cellulare, di pelle. Egli si avvicinò ai genitori con una mente di benevolenza, piena di affetto e di un senso di cura. Non ritorno’ dalla sua famiglia per essere perdonato, ma perché aveva qualcosa di positivo da offrire: il sentiero senza-morte. Ne compresero l’importanza nonostante l’ esplicita reticenza iniziale. Questa è maha karuna, la grande compassione del Buddha.
Vorrei ricordare che quando il Buddha fece il primo discorso ai suoi discepoli e ai suoi vecchi compagni sulle quattro nobili verità e il nobile sentiero, si narra che irradiò il cosmo intero. I deva – gli esseri beati – iniziarono a gioire e persino negli orribili inferi avvolti dalle tenebre ci fu un lampo di luce. In quel momento, anche gli spiriti infernali si resero conto della presenza di altre persone, come se fossero usciti da quello stato di oscuro isolamento e la luminosità si rivelasse attraverso la relazione. Essere ingabbiati in se stessi e’ un modo piuttosto deprimente e triste di vivere. Dunque, possiamo vedere come anche l’inferno possa diventare una benedizione.
Ci soffermiamo sulla coltivazione di quell’attitudine, riconoscendo che quando si pratica la consapevolezza del corpo siamo all’interno di una relazione. Il corpo non è un muro, bensì un organismo senziente, sensibile. Se non è piacevole, ancora di più dovremmo coltivare un atteggiamento di benevolenza, accettazione e cura. Ciò che oscura questo messaggio è il punto di vista della personalità tendenzialmente isolazionista, che si costruisce attraverso l’identificazione con quest’entità separata. Io mi considero un’entità separata con un nome e un corpo, una vita e degli stati mentali propri, eppure non è questo il fondamento, bensì l’essere senziente che sperimenta dolore, limiti, sofferenza e disperazione e che ha la potenzialità per il risveglio. E’ questa
la base, il punto di partenza, non la persona con cui mi relaziono. La personalità ha un programma piuttosto difficile con cui interagire a causa delle sue complessità, dei suoi poli magnetici, delle sue zone inaccessibili e aree sensibili e diventa reattiva ogni volta che sono messe a fuoco. È per questo che il Buddha ci sta dicendo di far riferimento prima di tutto al corpo e ai suoi elementi.
Esistono alcuni resoconti interessanti sull’insegnamento della meditazione sul respiro – anapanasati, che fanno riferimento ai discorsi che il Buddha fece a Savahti dove il sangha si era radunato già da più di tre mesi. Durante quel periodo tutti avevano iniziato un intenso addestramento sul Vinaya con i grandi Arahant, i quali insegnavano diversi sistemi di meditazione. Egli disse: “Avete fatto un ottimo lavoro, perciò mi fermerò qui con voi per un altro mese”, e fu solo alla fine del quarto mese che inizio’ ad insegnare la consapevolezza del respiro.
Quando il figlio Rahula seguì il Buddha dopo il suo ritorno a Kapalavati aveva 7 anni, ma solo all’età di 18 anni gli insegnò la meditazione sul respiro. Per 11 anni aveva appreso le basi e a partire dai 18 anni gli insegnò i 5 elementi incluso lo spazio, i brahmavihara, la meditazione sulla benevolenza, l’empatia, la compassione, l’ equanimità, la mancanza di attrattiva del corpo fisico e per ultimo, la consapevolezza del respiro.
Sebbene spesso si inizi con la consapevolezza del respiro in quanto procura un certo effetto calmante e il fatto stesso di seguire l’inspirazione e l’espirazione fornisca un punto focale, in genere nella mia esperienza consiglio di entrare ed uscire per permettere a chitta di essere in grado di sostenere quel focus senza che l’attenzione diventi troppo ristretta. Sostenere l’attenzione sull’ inspirazione e l’espirazione in modo efficace e prolungato non e’ sempre possibile, poiché la natura dell’attenzione tende a fissarsi, si cerca di migliorare, di fare bene e in questo modo viene interrotta la qualità di agio e calma del corpo. Per alcune persone sentirsi a proprio agio nel corpo e’ piuttosto difficile – in questo caso è meglio camminare, stare in piedi, seduti o in posizione distesa per rilassarsi, o in alternativa si concentra la mente sull’ amorevolezza verso gli altri esseri per uscire dal territorio del corpo e per mantenere l’atmosfera tranquilla quando ci troviamo in uno stato mentale intriso di dissonanze, quando ci sentiamo tormentati, persi, rifiutati o soli.
Questa è la natura di chitta, non e’ nel corpo come tale, nel corpo fisico, nella sua forma isolata, e’ qualcosa che non ha confini, potremmo dire che il suo stato primario e’ la consapevolezza dell’esperienza – alle volte può essere microscopica riguardo le cose del passato, del futuro, di altre persone. Potete far risuonare queste esperienze attraverso il sottile regno materiale che è incarnato, ma non è nel corpo, bensì nella partecipazione all’esperienza dell’incarnazione laddove si è consapevoli della sua sensibilità, riconoscendo il corpo nel suo stato di vitalità soggettiva. Questo e’ sicuramente un luogo favorevole che richiede l’abilità di chitta di mantenere un’atmosfera stabile e sensibile.
Il Buddha insegno’ al figlio Rahula, prima di tutto, a contemplare la forma corporea, il suo stato impersonale più semplice, non come persona, né come uomo o donna, vecchio o giovane. A questo livello si sperimenta l’esperienza della stabilità, della consistenza, dell’ elemento terra che occupa spazio. Concettualmente e’ possibile visualizzare o immaginare il proprio scheletro, la struttura corporea, i tessuti e sperimentare direttamente il corpo nello spazio, percependo la sua fermezza, la rigidità nelle ossa, o nella la pancia quando è contratta. Cosa sta succedendo qui? Questa è tensione.
Si contempla il corpo in termini di elemento terra oppure di elemento aria quando si tratta di qualcosa che si muove – può essere il respiro, l’energia che scorre attraverso le membra, può essere anche il corpo che si muove attraverso lo spazio, il senso di mobilità innata nel corpo. Quindi, se contempliamo il corpo non tanto visivamente, bensì in quanto corpo, ci rendiamo conto che è un organismo in movimento. Anche quando siamo fermi il corpo si muove con l’inspirazione e l’espirazione.
Abbiamo messo da parte l’aspetto visivo che sostiene il punto di vista della personalità per sperimentare il senso di mobilità, una caratteristica insita nel corpo.
Il corpo non è qualcosa di separato dalla mobilità, il corpo non è fermo e poi si muove, ma è naturalmente fermo e si muove. Il corpo non è mai fermo a meno che non sia morto. Questa è una sua proprietà. Quando lo contempliamo, quando contempliamo qualsiasi altra forma intorno a noi sia che si tratti del corpo degli altri o gli uccelli che volano in cielo, gli alberi, le rocce, e’ possibile vedere questi elementi dentro e fuori e contemplarli. Questo è solido e lo senti quando lo tocchi, spingendolo senti quel contatto.
L’impressione che sorge è quella dell’elemento terra. Ci avviciniamo più direttamente all’esperienza percettiva sentita e non solo alla descrizione. Nessuno direbbe che il corpo assomiglia alla terra, ma spingendolo ne sentiamo la fermezza, il calore. Il nostro corpo e il corpo degli altri e’ caldo, la qualità del fuoco lo caratterizza. Questa sua natura si può riconoscere.
Il corpo non è separato dal calore, il corpo è calore che si è manifestato. C’è un aspetto ancor più sottile ed è la sua vitalità che caratterizza l’elemento fuoco. È in grado di riscaldarsi e di perdere calore. Ha la capacità di fare esperienza della vitalità ardente o sommessa. Questo è ciò che sperimentiamo. Si può pensare che le dita siano fredde, ma quello di cui facciamo esperienza è il fuoco che si è spento lasciando una sensazione sgradevole e che consideriamo come ‘le mie dita’. Tutti gli elementi tendono a mescolarsi: solidità, freschezza, calore.
Se contemplassimo il freddo invece delle nostre dita fredde, come sarebbe? Avremmo una maggiore chiarezza. L’elemento fuoco è uno dei modi in cui il corpo si manifesta, si manifesta nella solidità, in termini di mobilità e vitalità: calore, luce, radiosità.
L’elemento acqua si manifesta in termini di coesione. Una parte sente ciò che sente un’altra parte. Se abbiamo un dolore alla spalla tutto il corpo è teso e un’onda sgradevole lo attraversa. Il corpo non può essere suddiviso in pezzettini come esperienza vivente. Quando la pancia sta male, tutto il corpo si sente male. Se siamo in buona salute, tutto il corpo si sente bene. Gli effetti non sono localizzati. E’ una coesione, senza coesione non sarebbe in grado di muoversi, non possiamo stare in piedi senza il coordinamento di gambe, braccia testa e tutto il resto. Non possiamo camminare solo con un piede o una gamba. Dobbiamo avere un piede ed una gamba. Non possiamo alzarci senza muovere la schiena. Questo senso delle parti del corpo che operano insieme e’ dovuto alla coesione, questa è una qualità dell’acqua come la fluidità’. Non è qualcosa che il corpo coglie saltuariamente, ma è innata nell’esperienza corporea dove tutto fluisce, si mescola. Lo contempliamo in questo modo. Quando riconosciamo di avere i piedi freddi o un dolore acuto alla spalla, o qualsiasi altra sensazione spiacevole che ci fa stare male e’ utile poter sentire il senso di pressione, calore o mancanza di calore. In un certo modo, rende la relazione diversa, universale, più impersonale, una relazione questa che possiamo coltivare. E’ possibile aprirci senza includere la nostra forma fisica, bensì il mondo delle forme intorno a noi, delle altre persone e creature viventi.
Oltre ai quattro elementi c’è lo spazio. Il corpo ne fa esperienza e senza lo spazio sarebbe schiacciato. È all’interno del corpo, nella gola – sentiamo la spaziosità nell’addome e nel torace, intorno al corpo quando facciamo la meditazione camminata. E’ importante portare l’attenzione all’intero corpo che include lo spazio che lo circonda, non si potrebbe camminare senza lo spazio perché non è qualcosa di separato dal camminare, bensì un fattore intrinseco al camminare. Si può pensare che le gambe e i piedi stiano camminando, ma non sarebbero in grado di camminare senza lo spazio, si schiaccerebbero completamente.
In genere, si pensa che il corpo si muova attraverso lo spazio, ma in realtà ciò che accade è che lo spazio, la fermezza, la mobilità stanno fluendo insieme.
Possiamo portare più attenzione allo spazio quando camminiamo, possiamo immaginare che lo stiamo attraversando come se fosse acqua o nebbia. Portiamo l’attenzione all’esterno con un focus più ampio e realistico, perché nello spazio ci sono tutti questi elementi. Il Buddha suggeriva di meditare come la terra, poiché la terra non ha opinioni – anche se la maltrattiamo e la calpestiamo rimane indifferente. Suggeriva di meditare come l’acqua, anche l’acqua rimane indifferente. Possiamo meditare come lo spazio, ci connettiamo allo spazio, lo percepiamo e qualsiasi cosa si muova e’ solo una forma che si muove nello spazio. Se portiamo l’attenzione all’elemento spazio le afflizioni dell’elemento terra non saranno più così primarie e neppure le afflizione dell’elemento fuoco, poiché concentrandosi sullo spazio il focus si attenua. Qualsiasi cosa sia sofferente, difficile, bloccata, infelice, triste non rimaniamo focalizzati su di essa e in questo modo chitta e’ in grado di uscire dallo stato di afflizione.
Si cerca un punto di riferimento che non sia afflittivo, da cui si possa trarre nutrimento ed incoraggiamento e l’elemento spazio è utile in questo senso. Naturalmente, anche lo spazio potrebbe essere per noi causa di sofferenza: pensiamo alla distanza dalle persone che amiamo o ad altre situazioni complesse. In questi casi conviene focalizzarsi di più sui brahmavihara: la gentilezza amorevole, la compassione, l’empatia, la gioia, la gratitudine, l’ equanimità della mente, una qualità quest’ultima che consente di accomodare ogni sorta dì dissonanze e differenze.
L’equanimità e’ in grado di esaminare tutto e non rimane impigliata in forme di giudizio su ciò che è buono o meno buono, oppure in ciò che pensiamo possa essere migliore o peggiore. E’ uno stato molto ampio.
Ci stiamo concentrando su alcune di queste qualità. L’elemento terra riguarda la fermezza e se si diventa rigidi, bloccati perdiamo la mobilità. In questo caso, si prova l’elemento aria attraverso il respiro che ci fa sentire il corpo che si muove.
Quando ci sentiamo bloccati e’ meglio spostarsi, camminare. Se siamo bloccati in un posto, allora andiamo all’esterno, ampliamo il raggio di movimento per alleggerire il senso di costrizione.
Questo può accadere anche durante i ritiri perché ci troviamo in un ambito circoscritto, ma lo facciamo per il nostro bene in un luogo dove non ci sono intrusioni e lo spazio è sufficientemente ampio. Si ha del tempo per spostarsi, sentiamoci liberi di muoverci. Nel caso in cui il movimento procuri un senso di irrequietezza, allora si può stare seduti. E poi, naturalmente, si può entrare nello spazio, lo spazio è molto utile anche se a volte lo perdiamo. Probabilmente noterete che con le fissazioni, sia quando sono fisiche, somatiche o emotive ci sentiamo bloccati in schemi opprimenti fatti di fantasie, avversione, animosità – possiamo sentirci non degni d’amore e in questo caso, non basta che qualcuno ci dica: “tirati su” – non funziona. Mentre è più utile se entriamo nello spazio intorno al corpo. Se si comincia a coglierlo come un segno materiale ad es. lo spazio nella stanza, lo spazio che attraversiamo camminando, lo sentiamo aprirsi davanti a noi e ci possiamo soffermare su questa qualità. Chitta coglie il segno, diventa più aperta.
Così come nello spazio non c’è niente che si incastri, anche la mente non rimane bloccata nella dimensione fisica o psicologica, tutto dipende da noi.
Continuate a concedervi spazio tra i pensieri, coltivando una mente di benevolenza.
Con i quattro elementi esploriamo la percezione – rupa khanda e sanna. Portiamo l’attenzione a quei segni che danno origine al fuoco, alla vitalità, al calore e all’esperienza della spaziosità, della freschezza e della fluidità.
Come sarebbe se c’è ne fosse di più o se mi soffermassi più a lungo? Avrei dovuto lasciar andare le formazioni mentali, quei sankhara che ostruiscono il mio spazio.
Quando la mente è troppo piena di cose del passato, degli altri, del mondo che non riusciamo a gestire, le possiamo affrontare trovando spazio, generando un po’ di benevolenza, di apprezzamento o gratitudine. Anch’io ho provato quel sentimento sgradevole, difficile e questa consapevolezza mi consente di avere empatia, pazienza. Le relazioni diventano difficili quando vediamo gli altri come oggetti, come delle caricature, personaggi dei nostri psicodrammi, sempre allo stesso modo, simili a dei burattini che ci perseguitano, ci infastidiscono o feriscono, diventando così degli oggetti nella nostra mente che non sono riusciti a soddisfare le nostre aspettative, i nostri desideri ed interessi. Di fatto, gli altri non sono qui per noi.
Quindi, la mia responsabilità consiste nel nutrire il sentimento della benevolenza e ciò non significa che tutto debba essere per forza fantastico, ma che è possibile fare l’esperienza della non-avversione, della spaziosità, dell’accettazione, del non-
coinvolgimento; significa riuscire a vedere le altre persone, il proprio corpo e la propria mente senza aspettarsi cose grandiose o desiderare che siano in un determinato modo – come potrebbe pensare un bambino di 2 anni. Se non coltiviamo la benevolenza, dipendiamo dal fatto che gli eventi debbano essere per forza fortunati e che fluiscano senza intoppi allo scopo di farci star bene.
Ci sentiamo bene quando tutto va per il giusto verso e per questo abbiamo quell’abilità particolare di manipolare e spostare le cose, di farle cessare a nostro piacimento.
E’ importante coltivare chitta attraverso l’intenzionalità della non-avversione, del non- conflitto, della non-resistenza. Possiamo anche cogliere il segno lasciato da chi ci ha dimostrato benevolenza, apertura, cura, gratitudine, cortesia. Come ci siamo sentiti in quell’occasione? Ci soffermiamo nelle sensazioni di quell’esperienza gratificante.
Seguire i precetti ed astenersi da ciò che causa sofferenza a noi stessi e agli altri e’ un dono. Ci sono persone che, sfortunatamente, non hanno avuto questa opportunità ed è un peccato per loro. Questo ci può aiutare a riflettere sulle qualità positive che sono in noi e che ci rafforzano. Anche la nostra partecipazione al ritiro ci consente di compiere delle buone azioni attraverso la semplicità, la determinazione e la pazienza. C’è qualcuno che non ha dovuto essere paziente? C’è qualcuno che non ha sperimentato delle difficoltà o qualche rinuncia, che non ha voluto che qualcosa accadesse? Affrontare volontariamente delle difficoltà con coraggio rende questo percorso nobile. Possiamo riconoscere questa qualità. All’inizio e’ necessario soffermarsi, finché non sentiamo la gratitudine nascere spontaneamente dal cuore per aver ricevuto delle cure, degli insegnamenti, per essere stati ascoltati.
Riesco a riconoscere che mi è stata data la possibilità di stare bene. Ci sono persone in prigione o malate che non possono fare quello che io sto facendo. In genere, tendiamo a dare la nostra salute per scontata, nonostante ci siano persone malate che non riescono a stare in piedi o sedute. Ne ho conosciute che a causa del loro handicap si sentono inutili e praticano la non-avversione semplicemente portando l’attenzione sul disagio, finché la mente inizia ad ammorbidirsi in qualcos’altro.
Questa è la virtù della pazienza, del coraggio, della fiducia, della determinazione, della gratitudine; le possiamo apprezzare in noi stessi e negli altri. E anche quando le riconosciamo di più negli altri, ne possiamo fare tesoro.
Quando i sankhara iniziano a generare stati mentali ed emozioni difficili rivolgiamo sanna – la percezione, verso ciò che è salutare per indebolire gli stati afflittivi. Se siamo in grado di realizzare questo, abbiamo esercitato chitta in modo appropriato.
Il primo passo è la capacità di sentire cosa sta succedendo: questo è un sankhara, un’attivazione – che cosa ci sta dicendo? qual’e’ il suo tema di base? dov’è il segno o la qualità che non genera un senso di tensione o di costrizione e che posso cogliere ovunque? Potrebbero essere gli uccelli che volano in cielo che mi riportano allo spazio, all’apertura, al senso di libertà. Ci guardiamo intorno, queste sono pratiche olistiche.
I primi discepoli, infatti, avevano colto i segni dell’impermanenza e del cambiamento osservando e praticando nella foresta. Non c’è un focus ristretto, possiamo esercitare chitta ovunque ci troviamo.
[traduzione a cura di Grazia Cafolla]