In una sessione in cui stiamo sviluppando determinazione, concentrazione e conoscenza diretta, invece di limitarci ad interpretare, concepire, analizzare e agitare la mente pensante, possiamo passare alla conoscenza diretta.

Questo potrebbe davvero essere un viaggio, visto che passiamo gran parte del nostro tempo a pensare, pianificare e occuparci di tutte quelle cose astratte che sembrano indispensabili nella nostra vita moderna, in quest’epoca tecnologica di pianificazione e organizzazione, in cui ci sono numerose opzioni e aspetti da
valutare in ogni momento della giornata.

Quindi la mente pensante astrae: questo vuol dire che invece di vivere l’esperienza diretta, pensiamo a cosa potrebbe, dovrebbe o magari sarebbe meglio in futuro o nel passato, a qualcun altro, a come dovrei gestire questa situazione e tutte queste considerazioni; è così che funziona, no?

Ma alla fine il risultato complessivo è un certo livello di stress, un notevole livello di stress e sovraccarico mentale. Quando parliamo di conoscenza diretta, utilizziamo qualcosa di molto semplice, come la consapevolezza del nostro stesso corpo. Ma anche questo può risultare difficile da attuare, questo cambio di marcia.

Quindi noi cerchiamo di sederci intenzionalmente in modo che il corpo sia davvero presente al cento per cento. Non è soltanto uno spettatore, lo coinvolgiamo realmente. Questo aiuta a fare da contrappeso: che si tratti di stare in piedi, seduti, sdraiati o persino camminare, la consapevolezza del corpo comincia veramente a bilanciare le energie frenetiche e disordinate della mente pensante trasformandole nelle energie più armoniose e ritmiche del corpo.

Queste due ruote, l’energia del corpo e l’energia della pensiero funzionano come un ingranaggio, e l’energia del corpo comincia a catturare e rallentare la mente pensante. Ma è fondamentale che il corpo si senta innanzitutto a proprio agio. Per questo, semplicemente stare seduti fermi, senza fare quasi granchè, è un’attività piuttosto insolita per gli esseri umani di oggi.

Poi utilizziamo alcuni concetti per portare avanti tutto questo.
Prima di tutto, cerchiamo di creare quello che chiamiamo il luogo sicuro, il luogo appropriato, un ambiente protetto. E questo comincia con il prendere atto se proprio davanti al mio corpo c’è qualcosa che mi danneggia, oppure no.

O anche dietro di me, no nessun danno. Rilasso i muscoli. E poi richiamo consapevolmente alla mente alcuni temi. Ricordare significa evocare un pensiero piuttosto semplice e ascoltare le risonanze che esso genera; un pensiero efficace, utile.

Ad esempio, possiamo considerare la non nocività, la sua qualità: se tu sei impegnato nella non-nocività, nel non nuocere agli altri, indipendentemente dal fatto che tu cada in errore occasionalmente o meno.

Quello diventa il tuo riferimento; allora c’è qualcosa chiamata puñña , o merito, valore, che diventa un punto di riferimento nel tuo cuore. E ritorni sempre a quello, e tocchi quella qualità nel cuore che gioisce, che si sente molto a suo agio con il non nuocere, il non ledere, l’onestà e l’affidabilità.

Quindi ci ricolleghiamo alle virtù a cui aspiriamo e ci sforziamo di praticarle. Sono qualità del cuore: essenzialmente la mente pensa in modo astratto, il cuore invece è diretto, tu provi proprio qualcosa. Riduci al minimo i pensieri, e ti concentri sulla qualità in sé.

Cerca di coglierla: forse il corpo sta respirando, percepisci insieme il corpo che respira, e contempla la non nocività, fai esperienza di tutto ciò, e di come ti influenza. Potresti pensare di vederlo, potresti pensare che sia dentro di te, ma in realtà non si trova in un luogo preciso. È nel cuore, e il cuore non è dentro qualcosa; il cuore è il cuore, è nel suo proprio dominio.

Questo è un passaggio molto importante: la mente pensante, che è un aspetto della coscienza sensoriale, è sempre localizzata in un luogo e in un tempo specifici, come un corpo qui, come un’entità. Invece, la coscienza del cuore, o chitta, ci permette di riflettere su eventi avvenuti molti anni fa secondo il calendario, poiché il chitta non si muove né nel tempo né nello spazio.

Per questo è un aspetto così importante della nostra esperienza, da toccare e illuminare. Ma è anche una area che può spaventarsi molto e ferirsi, piena di rancori e negatività.
Perciò noi portiamo lì una qualità positiva che possiamo comprendere facilmente, molto semplice dal punto di vista concettuale e potente sul piano emozionale, la portiamo lì in modo delicato e avvolgente.

Non è una sensazione eccitante, ma è confortante e calmante. E la prendi con te. “Prima di tutto voglio astenermi dal nuocere fisicamente, dal danneggiare verbalmente, dall’accusare, dal maledire, dallo sparlare”. Coltiviamo questa aspirazione e, se non ci siamo riusciti, ammettiamo che è stato un errore, un disagio.

Va bene, apriti semplicemente a questo. Non soffermarti su di esso; riconoscilo, prendine coscienza, e poi non concentrarti sul concetto, concentrati sull’energia disurbata dalla propria mancanza o perdita di consapevolezza, e poi ristabilisci la consapevolezza nel segno bello ed edificante di kalyāṇa .

Innocuità, veridicità, condivisione, donazione, generosità, modestia. Queste non sono soltanto qualità personali, ma sono universali. Il cuore non è una persona. Dal punto di vista del cuore, la persona è in genere una sorta di ostacolo.

Il cuore non è una persona. È una cosa bella da proteggere e accudire. Perciò, quando ci si rende conto che confusione, ignoranza e reattività hanno preso il controllo, non è il momento di colpevolizzare o punire.

Questo è il momento di essere amorevoli e misericordiosi. Senza questa bontà d’animo non può esserci crescita. Nota attentamente in che occasioni hai osservato queste qualità negli altri e quando le hai espresse con le tue azioni e il tuo modo di parlare.

Quindi approfondisci, questo sicuramente sosterrà il tuo comportamento. Se senti in te stesso quelle aree in cui diventi agitato o reattivo, è lì che sta il problema. Puoi semplicemente resistere pazientemente a quella reattività, sopportarla e, con dolcezza e amore, aprirti oltre questi stati reattivi verso qualcosa di più ampio, vasto e elevato.

Queste sono esperienze reali Se le coltivi con costanza, lentamente e interamente, quell’ampiezza del cuore diventa un segno, o un nimitta, simile a un’ombra che non ti lascia mai, ma in realtà non è un’ombra, è una luce.

Puoi quindi sederti in quello stato, diventare qualcosa in cui il corpo si sente senza stress, sollevato, e portare l’espansione del tuo corpo dentro il tuo cuore; invece di sentirti sulla difensiva, stressato o teso, il corpo comincia a rilassarsi, la mente pensante si calma, e l’energia coltiverà questo stato abile.

Questo ammorbidire e aprire il campo del cuore e del corpo diventano un campo di punya in cui dimori. Questo rappresenta la base di ciò che si chiama samadhi, uno stato in cui le energie del cuore e del corpo diventano molto stabili e felici, mentre la mente pensante si placa.

Questo è il luogo privilegiato dove la conoscenza si apre in modo pieno e libero. Senza limiti.

Quindi, ora eleva semplicemente la tua attenzione e ascolta in pace: ti offrirò un breve discorso….. (recitazioni)

Per rispondere a una o due domande:

qualcuno chiede se sia necessario avere un atteggiamento di santità o divinità quando si è consapevoli secondo il metodo Sati Sampajañña . Riconosciamo l’esistenza di attributi come l’umiltà o l’ispirazione? E’ sufficiente sapere che la saggezza che emerge è la nobile verità? Mi ritrovo a cercare inconsciamente di restare nella consapevolezza, anche durante le attività più banali, quando la mia mente si fa troppo confusa. Ho il dubbio di essere forse un impostore, ma allo stesso tempo sono molto contento di aver avuto questo impulso inconscio di seguire il Buddha e di non ascoltare il caos nella mia mente. Allora, qual è il segno che indica che qualcuno entra nello stato di Sati Sampajañña e vive nella vita quotidiana?

Qualcun altro pone una domanda simile:

È possibile vivere e progredire su questo cammino conducendo una vita laica? Sembra che siamo sempre così sopraffatti dalle preoccupazioni terrene. È necessario diventare monaci?

In realtà, il Buddha insegnava proprio per questo: voleva assicurarsi che il suo insegnamento arrivasse non solo ai monaci, ma anche ai laici.

Quello era quasi uno dei suoi interessi principali. Così, quando parlava con le persone a lui più vicine, i primi cinque amici e colleghi che lo conoscevano, sentiva di avere un certa ascendenza su di loro. Una volta che avevano compreso la verità, diceva loro: andate, andate ad esplorare il mondo.

Diffondete il dhamma a chi desidera ascoltare. Ed è proprio quello che lui ha fatto, continua a fare e ha fatto per generazioni.
Ha detto che, secondo lui, questo è il risultato più importante: che che il Dhamma vinaya è al sicuro quando ci sono uomini e donne laici, bhikkhu e monache, tutti insieme.

Abbiamo quindi una base molto solida e questo dhamma continuerà. Non si tratta solo di una pratica monastica isolata riservata a un gruppo di reclusi. Questo era sicuramente il suo desiderio e la sua intenzione, e ovviamente è per questo che insegniamo, altrimenti che senso avrebbe farlo?

Tuttavia, comprendo profondamente il carattere travolgente delle preoccupazioni mondane, ma proprio per questo si fa riferimento a Sati Sampajañña , così come a Yoniso manasikāra , riflessione saggia, attenzione consapevole o attenzione profonda.

Ed è questo che aiuta a stabilire il Sati Sampajañña , la consapevolezza e la piena conoscenza immediata. Perché grazie a questo siamo in grado di utilizzare uno degli aspetti più flessibili della nostra esperienza: la mente pensante, che può saltare rapidamente da un pensiero all’altro, ne sai qualcosa?

Oppure la tieni stretta, la pieghi e le dici: proviamo ad interrompere il flusso di pensieri e a riflettere su temi come la morte; e questo si chiama Anussati ossia portare alla tua consapevolezza argomenti specifici.

Quindi non si tratta solo di essere ricettivi, anche se questa è, direi, una parte importante, ma anche di essere proattivi. Porta un tema come la morte nella tua consapevolezza, nella tua mente cosciente, e poi accoglilo nel tuo cuore.

Che cosa significa questo? La fine di tutto questo: dove sto andando? Che cosa ha valore? Che cosa è davvero importante se posso morire stanotte? Spesso questa viene considerata una questione fondamentale. Poi ci sono molte piccole dispute e dettagli sulla natura dei modi di presentarla, degli “arredi”.

Dimentica tutto questo. Quindi potremmo anche seguire i segni del Buddha, l’amico compassionevole, e del Dhamma, la ruota progressiva che possiamo far progredire entrandoci dentro. Si tratta di un tema che include anche il Sangha, la comunità di tutti quei laici e monaci che coltivano questa via e seguono la ruota del Dhamma.

Quindi richiamiamo queste cose alla mente, semplicemente portiamole con chiarezza alla mente e lasciamole entrare. Come ci si sente? Questo è il percorso dalla mente razionale al cuore,
come ti fa sentire?

In questo momento non stiamo cercando di essere consapevoli o di avere certezza, né di stabilire qualcosa: stiamo semplicemente usando l’energia del tentare per portare determinati argomenti dalla mente al cuore.

E’ esattamente questo il motivo per cui abbiamo immagini del Buddha: puoi prenderle, guardarle e chiederti cosa significano: quiete, serenità in un essere umano, sì, proprio come me sotto molti aspetti; beh, almeno in alcuni. È il mio amico che è venuto ad insegnarmi.

Ora, potresti dire che tutto ciò è solo immaginazione, ma la mente è immaginazione: immaginiamo il domani, immaginiamo cosa c’è oltre la porta, immaginiamo quanto costano le cose, immaginiamo cosa accadrà nei prossimi cinque anni.

La mente è tutta immaginazione — immaginare cosa pensano gli altri di me, se valgo o no, quanto sono bravo o quanto sono cattivo. È un continuo immaginare. Però diamo ad alcune di queste immaginazioni il valore di realtà fisse e fondamentali, ma non lo sono: sono solo immaginazioni continue.

Continuiamo a immaginare la nostra esistenza spesso in modo molto scomodo e insoddisfacente, perché qualcosa prende il controllo della nostra mente: questa ignoranza, questo desiderio e questa sofferenza prendono il sopravvento e iniziano a portare alla mente qualità che generano stress, qualità che etichettano tutto — me, mio, questo è mio, quello è mio; non sono questo, potrei essere quello, la gente pensa questo di me.

Così rimaniamo intrappolati in uno stato diviso: c’è un io qui e un mondo là fuori e sto cercando di farli funzionare insieme. Beh, non funziona, ovviamente; non è questo il posto in cui tu sei veramente, è solo apparenza. E questo è il modo in cui la tua mente pensante lo crea.

Allora dove sei? Cerchi di ritrovarti in quel mondo di pensieri e impressioni, ma tutto ciò che trovi è un mondo di pensieri e impressioni. Dove sei allora? Va bene, proviamo a vedere la cosa in un altro modo. Dov’è la sofferenza?

Dov’è lo stress? Dove si trova? Sta nei pensieri? No, è nel mio cuore. Bene, se sono da qualche parte, per quanto vagamente possa comprenderlo, sarà proprio qui nel mio cuore. Proprio in quel luogo che è segnato dal dolore e dalla sofferenza, e che rappresenta il fulcro della mia motivazione.

Ora, quando arriviamo in quel luogo, c’è senza dubbio un cuore, c’è senza dubbio sensibilità. Ma tuttora non riesco a identificarmi con esso. Perché tutte le versioni di me… erano collegate a circostanze ed eventi specifici.

Questo cuore non è fatto in quel modo. È un’esperienza di gioia e dolore, semplici onde emotive, energie che fremono o si affrettano. È proprio quello, quel territorio. Quando siamo nati, è a quello che siamo arrivati. Quando moriamo, è da quello che andiamo via.

Questo è il posto in cui ci troviamo, anche se in quel luogo non c’è un “me”. Il “me” è una serie di nomi, comportamenti e ricordi che lo abitano. E lo abitano sempre in un modo che crea una divisione tra me e gli altri.

Da tutto questo non può nascere molto di buono. Ma nel cuore sentiamo,cbe ci sono Joseph o Karen, sono lì, ed è ieri, è estate.
Tutte queste impressioni sono riferite ad un luogo, ma in quel posto non ci sono io e gli altri, giusto?

C’è mio nonno, i miei figli, e c’è la mia paura e la mia agitazione.
Sono tutti nello stesso posto. Forse questo non sembra darti molto sollievo, ma quando raggiungiamo quel luogo, in realtà arriviamo a ciò che chiamiamo ‘unicità di attenzione’, ekaggatā , che significa: è così, è questo.

Adesso sai cosa devi affrontare e puoi farlo direttamente. Questo significa che stai vivendo un’esperienza di stress e conflitto.

Quello che serve non è un’idea. Non si tratta di cercare di essere qualcosa. Non è un concetto buddista.
Quello che serve è’ semplicemente la qualità della compassione, dell’amore, della calma e della stabilità, lo stai tenendo con cura, e se viene tenuto con attenzione, può tremare, ma poi inizierà a stabilizzarsi perché riconosce la cura con cui viene tenuto.

Questo è ciò che fa la mindfulness, giusto? E poi, sono stato consapevole senza rendermene conto, perché non avevo una parola per descriverlo. Quindi prima lo fai, e poi trovi le parole per dirlo. Lo fai quando entri direttamente nel reale e per questo abbiamo bisogno di un po’ di aiuto, perché la realtà, quella vera, può essere piuttosto difficile da vivere.

Ormai sembra che tutti, in qualche modo, siano sotto shock e ne posso capire il motivo. Shock, stress, sovraccarico, paura, ansia.
Quindi per affrontare questa realtà la maggior parte di noi avrà bisogno di un po’ di “amicizia/vicinanza”, kalyāṇamitta e possono essere persone vere, o anche persone che ricordi e che entrano nel tuo cuore. “Sì, ho avuto la loro amicizia, sono stato il loro amico; hanno detto parole sagge e rasserenanti”, e così un po’ di solitudine e di senso di sopraffazione cominciano a svanire.

Naturalmente, il Buddha diceva che se c’è una cosa da ricordare, è che il Tathāgata è venuto in questo mondo per compassione verso tutti gli esseri.

Ha insegnato un Dhamma accessibile, disponibile e diretto, aperto e progressivo, che guida, conduce, qualcosa che può guidare. Tu sei autentico, lo sai, si tratta della tua esperienza.
Questo è il senso del “regno” della pratica diretta: applico principi molto semplici a questo cuore, senza nozioni complicate né tecniche elaborate, un principio molto semplice. Il cuore è la qualità più preziosa che fa di me un vero essere umano, altrimenti sarei solo un rettile, una macchina o un animale impaurito. È questo cuore ciò che fa di me un umano.

Questo cuore è ciò che il Buddha ha purificato e fatto espandere, permettendo e incoraggiando che si estendesse per comprendere i cuori degli altri.

Questo è il cuore che si allontana dal mondo dei sensi, e ciò si chiama distacco o nibbana. Questa è la cosa più preziosa. Non significa che tu debba trascurare i tuoi doveri o la tua famiglia; altrimenti il Buddha non si sarebbe preoccupato di insegnarlo ai laici.

Introduci quella qualità e poi porta i tuoi amici, i tuoi parenti dentro di essa, e anche le tue preoccupazioni. E invece di pensare, “Ah, domani…”, semplicemente sai che questa è agitazione. Perché quando entriamo nel mondo del cuore, i fenomeni diventano molto più semplici.

Quindi, invece di pensare “dovrei essere lì”, “mi chiedo se sto praticando correttamente e se la mia mente è realmente sintonizzata su Sati Sampajañña ”… Questa è agitazione. È dubbio e agitazione. Il cuore lo sa.

Semplifica la narrazione ad esperienze molto semplici e dirette del cuore. Questa è agitazione, questo è dubbio. Come mi fa sentire? Se faccio uso della sensazione della mia presenza corporea, la metto in gioco, percepisco la stabilità del corpo, e poi porto solo un sostegno delicato, senza proliferazione, calmante. E’ proprio questo di cui c’è bisogno.

Quindi passiamo da uno stato di iper-attivazione ad un’omeostasi equilibrata. E una volta raggiunta l’omeostasi, che è equilibrio, il chitta si sente bilanciato, è davvero in perfetta armonia. Si tratta di questo, e l’armonia è un’esperienza dolce.

E allora, partendo da uno stato di armonia, possiamo occuparci della nostra preoccupazione dicendo: beh, questo non va bene, le cose stanno così e c’è bisogno di questo. Se non parto dal posto giusto, nulla produrrà poi molti frutti.

Può anche succedere di sentirsi molto abbattuti e spenti, o persi e soli. Questo significa, in pratica, sentirsi ipoattivati, come mezzo morti o intorpiditi, una condizione purtroppo comune perché quando il cuore viene sommerso da stress, dubbi, preoccupazioni e depressione, agitazione, praticamente si spegne, e “io non voglio sapere, non voglio sentire nulla”

Per questo introduciamo volontariamente la nozione o la memoria del Buddha, non solo come un’icona religiosa, ma come quella presenza amorevole, stabile, affidabile che guida.
Come ti fa sentire? Riesci a muoverti? Così facciamo delle offerte al Buddha; il modo in cui ci rapportiamo al Buddha non è solo pensando a lui, ma anche con il senso di offrire qualcosa, perché questo muove qualcosa dentro quando il cuore si è congelato o chiuso.

Una delle pratiche più terapeutiche è cantare, cantare frasi molto semplici, facendo della tua voce e del tuo canto un’offerta al Buddha, al Dhamma e al Sangha. Il canto stimola la risonanza del cuore: è una delle pratiche base incoraggiate per inviare energia positiva nel cuore.

Quindi questo è ciò che provi a fare, ciò che cerchi di attivare, non per raggiungere uno stato futuro, che sia sati, samvajjanya, chiara conoscenza, piena consapevolezza o altro: quando lo concepisci è un’astrazione, una volta che ci pensi diventa un’astrazione. Non sto dicendo che lo sia realmente, ma il processo del pensarlo lo rende tale. Giusto? Ora invece abbiamo qualcosa di molto concreto, non astratto: questa è paura, questa è sicurezza, questa è stabilità, questa è la semplicità del sedersi.

Ora, se consideriamo, come fanno le persone nei ritiri, “devo essere consapevole, sviluppare samatha vipassana , quanto tempo dovrei sedermi? E quale processo preciso dovrei attraversare?”

E quando arrivo ad un certo stato, questo è già passato, è già perduto. Non che esistano stati belli, o che non esistano stati belli, ma appena concepiamo qualcosa, entriamo nel mondo della concezione, e questo non è collegato al tuo cuore.

Quindi, quando parli di meditazione, fai molta attenzione: a volte sappiamo troppo, sappiamo addirittura troppo, e potresti dire, guarda, ciò che serve adesso è stabilità. Dove posso trovarla?
Concentrati sul segnale di ciò che il tuo cuore sta davvero chiedendo.

Ho bisogno di spazio; concentra la tua attenzione sullo spazio intorno al corpo, muoviti e apri il corpo ad esso. Hai bisogno di spazio, dagli spazio. Se farai questo con cura e lo indirizzerai verso azioni consapevoli, allora apri la tua ricettività per percepirne gli effetti.

Questo è un processo bidirezionale che regola il sistema nervoso e ci porta in equilibrio. Se manteniamo semplicemente la nostra attenzione lì in modo ricettivo, si instaura la consapevolezza. La consapevolezza si focalizza su un tema, mantiene costante questa attenzione e lo fa in modo sostenibile.

Non si tratta di una stretta forte, ma di una mano attenta, che cura; tienila ferma, tienila ferma, non andare nei pensieri. Se i pensieri arrivano, osserva il tuo pensare e torna al semplice tema del corpo, del respiro, dello spazio.

Niente fretta, niente pressione. Le cose stanno conducendo alla stabilità, e la ricettività poi comincia ad aprirsi e a rendersi disponibile. In altre parole, non sei sopraffatto. Vogliamo essere aperti, ma non ai dati sensoriali; desideriamo essere aperti alle energie e alla sensibilità del cuore, e questo richiede una custodia/protezione attenta per sentire, che il cuore non si perderà o non sarà assalito.

Quindi stabiliamo un confine chiaro e lasciamo entrare temi positivi. Questo permette alla qualità di sampajanya di non dover continuamente affrontare una miriade di dettagli, ma di poter semplicemente soffermarsi e percepire, oh, questa è la sensazione, la percepisco così. Si agita, si muove. Si muove, si
trasforma. È un’agitazione che cresce, si intensifica, si trasforma e si calma. È un senso di gioia che cresce, si sposta e continua a fluire.

Questo è Sati Sampajañña . Quando l’esperienza diventa onde che scorrono, questo è Sati Sampajañña . Quando l’esperienza si presenta come onde che si avvertono mentre emergono, passano e si placano, allora hai stabilito correttamente il Sati Sampajañña .

Se non è così, quello che stai facendo è rimanere bloccato in qualcosa, che resta teso per qualche motivo; allora devi usare la tua mente razionale e chiederti: cos’è questo? È una sensazione legata al tentare, allo sforzarsi, al voler arrivare da qualche parte.
Come ti fa sentire?

Quindi passiamo dai concetti alle sensazioni. Lo percepisci, può essere piacevole o spiacevole, ma fondamentalmente usi la facoltà di sentire, la capacità di essere sensibile, perché essa non sperimenta cose astratte come invece fa la mente pensante che si muove da lunedì a mercoledì fino all’anno scorso.

La capacità di sentire sperimenta onde, il sorgere di onde; se riusciamo a mantenere il contatto con queste onde e ampliare la nostra attenzione per dare loro lo spazio per muoversi, esse saliranno e si abbasseranno.
Questo ti dà una sensazione di imparzialità, perché percepisci che è solo un’onda. Non sono io, non sono loro, è un’onda che scorre, e quando passa, cosa rimane? Qualcosa di aperto, silenzioso, che non è mio, non devi afferrarlo o rivendicarlo, se no ci metteresti una recinzione intorno, e invece lo lasci semplicemente scorrere…

Questo è il modo in cui la mente non risvegliata si risveglia, e il cuore risvegliato abbandona le sue agitazioni; quell’abbandonare e quel lasciar andare si chiama il sentiero verso il Nibbana. Ora, il sentiero verso il Nibbana può essere un argomento molto vasto, ma pensalo in questo modo: ogni volta che qualcosa si attacca a te, la lasci andare. Questo è un piccolo Nibbana. Ogni volta che rimani intrappolato in qualche opinione su te stesso e su cosa sei, e realizzi che è solo un punto di vista, un’opinione, e lo percepisci così, senti la tensione dell’aggrapparsi e del tenere e la lasci andare, e questa svanisce, questo è un altro piccolo nibbana.

Questi nibbana iniziano ad accumularsi. Una volta che ne fai esperienza, non hai più paura né ti sconvolgi per ciò che fa la tua mente, perché se impari a conoscere quelle onde e a trasformare tutto questo in onde… le onde non sono muri, le onde non sono rigide, le onde scorrono. E quando passano, c’è quella pace, e un po’ della tua abitudine, della tua reazione, della tua paura, della tua reattività svaniscono, finiscono E un po’ di me, un po’ di me si dissolve. Tutta questa vita è molto meglio senza che ci sia io dentro, dover cercare di essere qualcosa e di non essere qualcos’altro.

Questo è davvero un peso tolto alla mente. È uno stato molto bello, aperto e amorevole, è una pratica in cui immergersi.

Come potete vedere, sono piuttosto appassionato a riguardo, perché è una cosa continua, e la coscienza sensoriale continua a presentare situazioni che ci turbano, spesso con un’ ansia assolutamente giustificata. Ma una persona saggia riconosce che c’è tanto che può veramente gestire e andrà avanti per la sua strada.

C’è molto in cui puoi impegnarti perché sai quanto potrai fare.
Hai questo cuore, questa è la tua responsabilità. Questa è la tua responsabilità. Sai qual è il tuo compito, il resto sono solo faccende domestiche, per tenere in ordine il tuo posto.

Riconoscilo dentro di te, riconoscilo nella tua esperienza, proprio nel mezzo delle tue reazioni. Quando provi una reazione intensa, non diventare reattivo; tutti hanno reazioni.

Quando senti una reazione, fermati e apriti. Ecco una reazione: le reazioni sono così, come un’onda, non aggiungere sensi di colpa o colpe, non aggiungere il “dovrebbe essere”. Lasciala scorrere, e poi tutto si calmerà.

Eliminando le influenze che alimentano il fuoco, questo si spegne. Perciò, vi offro queste riflessioni, sperando che alcune delle cose che ho detto, uno o due punti, possano rimanervi come spunti utili per il vostro benessere.

Grazie. Grazie amici. e per favore abbiate cura di voi stessi: avete una cosa molto preziosa da proteggere. Concludo quindi con il nostro omaggio al Buddha.

[traduzione a cura di Silvia Ventriglia]