Discorso di A. Sucitto tratto da Tracce di Dharma, 19/05/2025
Il discorso sulla consapevolezza ci insegna che essa si stabilisce dentro di noi quando portiamo l’attenzione su un oggetto, mantenendo qualcosa a mente invece di reagire, analizzare o farsi delle opinioni, accogliendo ciò che sorge e rimanendo pienamente presenti.
La funzione della consapevolezza e’ quella di testimoniare: e’ qualcosa di collegato all’energia del pensiero, e tuttavia non si tratta di pensare. Si riferisce, piuttosto, alla capacità di rinunciare all’avversione e all’attaccamento nei confronti del mondo, con i suoi alti e bassi, così da non rimanerne intrappolati.
Nell’analisi buddista il mondo è quello dei sensi, e diventa fondamentale riconoscere la spinta che da essi sorge – la consapevolezza e’ separata da quella spinta. Il mondo sensoriale visivo, uditivo e così via, fatto di suoni e forme con cui entriamo in contatto, attiva una miriade di reazioni, aspettative, rappresentazioni mentali su ciò che vogliamo o non vogliamo. La pratica, invece, consiste nel portare la consapevolezza sul corpo, inspirando ed espirando. E’ così che inizia il discorso. Facendo questo, ci radichiamo nel corpo. Non immaginiamo; al contrario, entriamo in connessione con il corpo sottile, con ciò che il corpo sente, con la sua energia. Se ci allontaniamo dal contatto sensoriale, dall’essere semplicemente nel corpo attraverso il toccare, manipolare, entriamo in contatto con altri aspetti e il più immediato è la sua energia che si percepisce molto bene nell’addome quando inspiriamo ed espiriamo, nel suo movimento simile a quello di un oceano.
Quindi, non c’è nulla da individuare con precisione; ricordiamoci, piuttosto, che non stiamo forgiando la mente in una forma più raffinata, bensì in una particolare sottigliezza del contatto, un semplice spostamento verso qualcosa di ritmico che non è lontano da noi. Il Buddha ci ha dato qualcosa che possiamo gestire: l’inspirazione e l’espirazione.
Questo è il segno a cui si giunge, verso cui tendiamo a gravitare e che misura i nostri stati mentali e le nostre sensazioni. Quando ci rilassiamo facciamo un’espirazione; quando, invece, vogliamo raccogliere tutta la nostra energia, ci concentriamo su una lunga inspirazione e poi espiriamo. Il respiro è strettamente associato all’umore della mente. E’ qualcosa di abbastanza evidente. Il ritmo del respiro è ciò che collega il corpo alla mente affettiva, chitta, portandola alla calma e rendendola stabile. E’ qualcosa che porta grande beneficio in questo senso.
Quando vogliamo sapere dove siamo, intimamente ritorniamo al corpo.
L’energia del corpo ci indica dove siamo interiormente, e’ una qualità particolare. Quando una persona è spaventata, si calma se le tocchiamo i capelli o le spalle; quel contatto le dice dov’è, la rassicura. Questo si chiama presenza. Quando siamo spaventati o arrabbiati ci irrigidiamo: la nostra presenza diventa solida, pesante, aggressiva. Quando siamo depressi, invece, la perdiamo.
La presenza ci aiuta a distanziarci dalle rappresentazioni mentali della paura, della brama, del futuro e del passato, ci fa sentire di nuovo radicati; è questo il tema fondamentale della meditazione. Il corpo è presenza, non è qualcosa di diverso, non è un altrove. Anche se la presenza non ha denti né capelli, non per questo non è nel corpo; scorre in esso come un’energia sottile che dà forma al sentire. Il corpo conosce il proprio centro internamente e a livello periferico – è consapevole che c’è qualcosa all’interno anche se in modo indefinito. Quando l’ambiente intorno è sicuro, istintivamente si sente a proprio agio, quando invece qualcosa minaccia il suo equilibrio si agita, si irrigidisce.
La storia del karma si manifesta ogni volta che non ci sentiamo accettati, amati o siamo agitati. Dove prende forma nel corpo questa esperienza? E’ un’esperienza intensa, che lascia un’impronta precisa anche se non sempre riusciamo a nominarla. Siamo nella presenza del corpo quando percepiamo la schiena, il viso e qualcosa dentro di noi ci dice che va tutto bene. Non ci soffermiamo su un punto specifico: lasciamo che l’intero corpo entri nel campo della consapevolezza, in particolare il respiro. Il respiro è una presenza interna costante, rassicurante e stabile. Inspirando ed espirando possiamo sentire anche la pelle del viso, permettendo all’attenzione di abbracciare, allo stesso tempo, due diverse sensazioni.
L’intero corpo avverte lo spostamento dell’energia durante l’inspirazione e l’espirazione. Il viso si ravviva, si percepisce un leggero fremito dei nervi. Il respiro diventa così una presenza rassicurante. Possiamo soffermarci su questa sensazione gradevole senza voler modificare nulla. Ci concentriamo, ma senza escludere l’aspetto piacevole, anche se si manifesta solo come una sensazione sottile. Usiamo il potere della mente pensante per continuare a ricordarci dove siamo e com’è questo momento. C’è l’energia del corpo e quella del cuore, da cui emergono agio e disagio, gioia e tristezza. Ci sintonizziamo con questo sentire empatico, lasciandolo fluire dentro uno spazio libero da ostacoli e intrusioni così da cogliere quella qualità di benessere che sostiene il respiro e che, allo stesso tempo, ci invita a rilassarci. Rimaniamo presenti ai segni che ci fanno stare bene, lasciando che ci guidino con naturalezza.
Abbiamo questo corpo e questa mente – chitta il senso affettivo. Il terzo elemento e’ mano, ossia la capacità di riconoscere dove sorge la saggezza: la sintesi, il testimone, l’osservatore interiore che vede con chiarezza, che guida, che indica con oggettività ciò che è questo e ciò che è quello. E’ la presenza del supervisore. Naturalmente, esiste una supervisione corretta ed una scorretta. Quella scorretta è guidata dall’immaginazione, dalle proiezioni e dalle paure, dalle preoccupazioni e dalle tensioni, dalla mancanza di connessione e di presenza.
E’ come avere un pilota ubriaco, confuso, spaventato, incapace di orientarsi.
Di conseguenza, è necessario saper regolare con cura il volante della nostra esperienza, stabilirsi nella presenza del corpo, rassicurare il cuore. Da qui, nasce una chiarezza naturale nella mente pensante: un senso di affidabilità, qualcosa in cui confidare.
La nostra esperienza si manifesta attraverso tre forme fondamentali: il corpo, che ci dice dove siamo; il cuore, che ci svela come stiamo; la mente, che ci indica com’è questo momento e cosa è possibile fare. Ci offre una sintesi, sa ciò che è appropriato, che è stabile ed è in grado di conoscerlo. Non c’è altro al di fuori di questo. Non esiste una quarta dimensione da cercare altrove. E tuttavia, per aprirci alla trascendenza, per raggiungere il nibbana, il senza-morte o qualunque nome vogliamo attribuire a quella libertà – e’ necessario purificare questi campi sottili, unificarli, liberandoli dalle tracce dell’immaginazione e dai residui che offuscano.
Il nibbana è la cessazione dell’agitazione, delle spinte interiori, della confusione.
Il senza-morte e’ la rivelazione della chiarezza. Non è qualcosa che accade attraverso i sensi, non nasce dal contatto sensoriale, non è un’idea.
Come disse il Buddha, è in questo corpo con la sua coscienza, le sue percezioni, le sue immaginazioni e sensazioni – dove sorge il mondo e la via che conduce alla fine della sofferenza. In questo stesso corpo, con la sua consapevolezza intrinseca, si manifesta tutto ciò che appare e tutto ciò che può essere compreso.
E’ solo qui, nel suo campo di sottili energie e non altrove, che possiamo percepire quelle onde e quelle mancanze del cuore. Ed è qui, che comincia a rivelarsi anche il senso del nostro essere nati.
Accade spesso che durante la meditazione le persone che entrano in uno stato meditativo profondo sperimentano strane attivazioni che non sono associate al mondo sensoriale apparente, a volte sorgono rievocazioni improvvise di vario genere. Questo campo di energia contiene tutte le onde del karma, tutti i residui e tutte le energie che spingono ad ottenere qualcosa, a fare qualcosa, ad andare da qualche altra parte. Di conseguenza, si lavora all’interno di questo campo, focalizzandoci nel momento presente per porre fine alla nascita e alla morte, per porre fine a quelle onde, alle spinte, ai residui ed attaccamenti, ai desideri e paure e altro ancora. Si può percepire in questa dimensione particolare un sottile regno causale che spinge ad andare avanti.
La purificazione avviene nel momento in cui queste tre energie si combinano: la mente ideatrice e testimone; il cuore, con il suo carattere empatico e affettivo; il corpo, ossia la presenza. Quando si uniscono, diventano davvero un’unica cosa.
Non stiamo testimoniando qualcosa – questo è irrilevante – stiamo praticando con l’origine di causa ed effetto, con il nostro magazzino karmico. La riunificazione della mente-cuore in questo corpo si chiama samadhi.
Il primo livello di difficoltà nella pratica si manifesta quando questi ostacoli ci impediscono di accedere all’unita’ interiore, quando non riusciamo a dedicarci pienamente, ad entrare nel magazzino karmico. La’ dove le onde degli impedimenti sono grossolani, si continua a perdere la presenza, non siamo più in contatto con il qui ed ora e tutto questo materiale ci mette alla prova.
Ad un livello grossolano ci si sente esausti, confusi, fuori controllo; ad un livello più sottile, invece, si può rimanere presenti, capaci di stare con l’instabilità e le spinte di ciò che sorge.
Gradualmente si lavora dal livello grossolano a quello più sottile, finché l’intero campo non inizia a purificarsi.
Nel primo livello degli ostacoli si perde la presenza e spesso questo coincide con la perdita di contatto con il corpo attraverso le nostre fantasie, il torpore, l’agitazione, i desideri sensoriali, l’incertezza, il dubbio, la dimenticanza, l’avversione e la negatività.
Quando viviamo queste esperienze, il modo per fare chiarezza consiste nel chiedersi: dove sono in tutto questo? Dov’è nel corpo? Cosa sta accadendo?
Queste domande ci riportano alla base fisica dello stato mentale.
Se c’è torpore possiamo chiederci: dov’è questo torpore? Se c’è agitazione, ci chiediamo: che cosa si agita? Dove sono io in tutto questo?
Indagando in questo modo, possiamo notare non solo dove la sensazione è presente, ma anche dove non lo è.
Cerchiamo un punto preciso su cui portare l’attenzione: il palmo delle mani oppure la colonna vertebrale. Quando siamo preoccupati o ansiosi, il primo livello di difficoltà è proprio la perdita della presenza. Per questo ci orientiamo verso quei segni rassicuranti nel corpo che ci riportano ad un senso di stabilità.
Quando il cuore si calma, allora si affievolisce anche la dipendenza da quel campo di attivazioni mentali.
Questo processo avviene ad un livello più profondo rispetto alla liberazione da un singolo ostacolo. Non si tratta soltanto di non essere arrabbiati o avidi e diventare più generosi.
Si tratta di riconoscere l’intero campo delle nostre rappresentazioni mentali, di quella realtà virtuale in cui siamo continuamente immersi: quando leggiamo, programmiamo, quando guardiamo la televisione, quando ricordiamo.
E’ necessario coltivare un senso di indipendenza interiore, quella qualità che ci permette di distinguere il corpo dall’immaginazione senza sentirsi antisociali per il fatto di stare con sé stessi. C’è bisogno di riconoscere cosa sia davvero la presenza reale.
Quando questa presenza manca incontriamo ogni tipo di impedimenti. Per questo in qualunque momento possiamo chiederci: dove sono?
Se siamo felici va tutto bene, ma è comunque essenziale sapere dove siamo in questo preciso istante.
La vera qualità di ciò che è giusto nasce dal senso di presenza e di equilibrio.
In questo stato di presenza siamo in grado di moderare, di valutare ciò che stiamo dicendo e facendo, comprendendo cosa sia più opportuno e cosa non lo sia. Questo è salutare, non si fa della morale sulla base di principi standardizzati. Si tratta del senso intuitivo.
A volte percepiamo di non essere in sintonia, ci sembra di perdere il controllo. A volte anche nei momenti di leggerezza o di divertimento può emergere un senso di disorientamento. La coltivazione dell’Ottuplice Sentiero nasce dalla comprensione di ciò che è abile e di ciò che non lo è. Questa consapevolezza ci sostiene nel rimanere integri e presenti e ci apre alla possibilità di riconoscere la felicità e l’infelicità, il movimento della passione, della paura o di qualunque altro stato. In quel semplice riconoscimento – “Ecco, è questo” – ritroviamo stabilità. Così, non veniamo trascinati dal vortice e non ci perdiamo in ciò che sorge.
Tutta la pratica della nostra vita consiste nel ritornare alla presenza; un modo per ridurre lo spazio che gli ostacoli occupano dentro di noi. Chiamiamo questo manasikāra: la saggia attenzione. E’ una qualità vigile, che supervisiona e indaga senza sosta e domanda: dove sono?, che cos’è? In questo modo, limita l’immaginazione che ci trascina verso ciò che potrei essere, ciò che sono stato o che dovrei diventare. Riporta alla presenza diretta, mantenendola viva nella mente.
Manasikāra prepara il terreno: non è questo, non è quello, è così.
In questo essenziale riconoscimento nasce la presenza consapevole.
La saggia attenzione prepara il terreno della consapevolezza e ci distanzia dagli alti e bassi del mondo, aiutandoci a stabilirci nella presenza.
E’ qualcosa che coltiviamo nella vita quotidiana ed è un invito costante a tornare a noi stessi. Quando osserviamo il cibo davanti a noi, possiamo facilmente perderci nell’immaginazione stimolati dalla vista, dalle impressioni, dalle percezioni. In mezzo a tutto questo, sorge una semplice domanda: dove sono veramente? Di che cosa ho bisogno? Seduti a tavola guardiamo l’interno della ciotola, il suo contenuto. Lo vediamo con gli occhi, ma ciò che appare non è altro che una percezione visiva. Poi prendiamo la forchetta e, in quel gesto, entriamo in contatto con ciò di cui il corpo ha realmente bisogno. Questa è la saggia attenzione, portare l’attenzione sulla cosa giusta nel momento presente.
Così, la nostra pratica diventa un addestramento continuo, momento dopo momento.
Osserviamo il campo dell’immaginazione con le sue spinte e le sue pulsioni: qui è dove sono ora. Alcune rappresentazioni mentali possono incutere paura, apparire oscure o difficili persino da esprimere. Ci fanno sentire in bilico, non del tutto a nostro agio, non pienamente stabili. Allora ci fermiamo e chiediamo: che cos’è? Perché in tutto questo c’è una qualità più sottile, qualcosa che si può cogliere solo quando la presenza si fa più quieta e ricettiva.
Quando non ci piace il comportamento o l’atteggiamento di qualcuno, facilmente ci perdiamo: la mente ripensa insistentemente all’altra persona, a ciò che è accaduto o che potrebbe accadere e ci ritroviamo di nuovo risucchiati nel vortice. Quando, invece, portiamo la saggia attenzione all’interno di queste onde nella loro forma più sottile, iniziamo almeno a riconoscere ciò che accade in noi, le nostre sensazioni: tensioni, spinte, perdite, zone che reclamano qualcosa, sensi intorpiditi o qualunque altra condizione si presenti.
Quindi, ci possiamo chiedere: com’è nel corpo?
Inspiro ed espiro, e possa io stare bene, possa io accogliere benessere. Durante questo processo possiamo sentire come ogni area del corpo porti con sé una particolare sensazione; nel petto, ad esempio, emergono esperienze relazionali di dolore, rabbia, qualcosa che dipende da ciò che ci circonda e verso cui non vogliamo aprirci. Si pratica con ciò che emerge nel momento presente. Sentiamo le sensazioni della pelle, lasciamo che il respiro entri ed esca attraverso la pelle, e in questo movimento ci sentiamo accolti. Possiamo allora fare una lenta scansione del corpo, osservando i segni della tensione e del rilassamento: com’è questo punto in particolare? Com’è il respiro qui?
Come faccio a sapere che cosa sta accadendo proprio qui? Come mi accorgo che ho perso il contatto?
Quando avviene la disconnessione, invece di reagire d’impulso, è possibile fermarsi, fare una pausa. Come riconoscete di aver perso il contatto con il corpo? Forse vi accorgete di essere scivolati nel mondo dell’immaginazione, trascinati da un vortice di pensieri, siete bloccati o confusi. E in tutto questo dov’è il corpo? Cosa accade nello stato opposto, quando c’è presenza e siete radicati nel corpo? Anche se samadhi non è ancora unificato, continua, comunque, a manifestarsi in questo campo karmico come una possibilità
sempre presente.
Tutto questo richiede un tipo di applicazione che non nasce dalla testa. La testa vuole sempre risolvere, capire, fare le cose nel modo giusto. Eppure, a volte, più ci si sforza e più si attiva, creando un mondo tutto suo in cui il contatto con il corpo si perde. Allora possiamo chiederci: che cos’è questo stato?
Può essere preoccupazione, dubbio, frustrazione. Sono stati mentali in cui non c’è presenza. Siamo nella presenza della nostra testa influenzata da questi stati mentali.
Ciononostante, senza sforzo, ci può essere applicazione; un’applicazione che nasce da una semplice domanda: dove sono ora? Allenta la tensione e il vortice immaginato, che la mente stessa crea, si dissolve.
Il segno distintivo di questa applicazione è che non contiene risentimento né negatività – sono stati mentali che fanno parte dell’immaginazione. Le energie sottili del corpo possono essere utilizzate per alleggerire e calmare queste impressioni karmiche. Ma, prima di tutto, occorre discernere il reale o il presente da ciò che è immaginato. Questo discernimento può avvenire quando siamo seduti, camminiamo, siamo distesi, mangiamo o siamo in movimento.
Nell’istruzione che da’ il Buddha sulla meditazione camminata non è necessario raggiungere un punto preciso, ma si cammina per purificare ciò che deve essere purificato. Mentre camminate percepite la presenza del corpo e rilassando le braccia, le spalle e gli occhi si entra nel proprio centro senza sforzo. Chiedetevi come cammina il corpo quando si sente a proprio agio. Non è qualcosa che si muove in modo rigido.
Come cammini quando ti senti libero, a tuo agio, senza pressioni? Quando senti di avere tutto il tempo a disposizione senza niente che ti disturba? È proprio cosi che vuoi camminare. Non cammini come se dovessi raggiungere qualcosa, andare da qualche parte o realizzare qualcosa.
Quando si fa la meditazione camminata la mente pensante sovrappone la sua idea di come meditare. Quel concetto di meditazione molto spesso implica che abbiamo qualcosa da fare, da perfezionare, ci sollecita a migliorare per raggiungere uno stato più avanzato.
Quando la meditazione diventa un’altra forma di immaginazione e’ meglio liberarsene ed imparare a sentire come cammina il corpo quando è a proprio agio. Come facciamo a sapere di avere un corpo? Come ci sentiamo nel corpo? Dov’è il suo centro? Come sentiamo la pelle – la periferia del corpo? Come percepiamo il corpo quando incontra lo spazio davanti a sé? Cosa ci dice che la schiena e’ rilassata e il collo e’ eretto, gli occhi sono rilassati e non guardano continuamente intorno per afferrare? Più si rimane in quello stato, camminando, in piedi o da seduti, più stabile diventa l’intero processo che ci permette di liberarci da tutto ciò che deve essere lasciato andare.
[Traduzione a cura di Grazia Cafolla, volontaria progetto pienEssere APS]