Discorso di Ajahn Sucitto
“Ritrovare il Centro”
Emoyeni Retreat Centre
Sudafrica, 5 marzo 2024
Ritrovare il centro non significa trovare qualcosa, fare od affermare qualcosa, bensì liberare noi stessi dal tira e molla, dall’impulso, dal peso che ci lascia turbati in uno stato di instabilità.
Questo è il modo in cui lo stress, la natura casuale e talvolta dolorosa dei sistemi condizionati: la vista, i suoni, il tatto, le percezioni, le azioni umane, ci influenzano con il loro impatto a volte irritante, contraddittorio e che viene interiorizzato, generando conflitto, stress, agitazione, rabbia, frustrazione.
Tutto ciò assume delle forme emotive e il senso dell’equilibrio e della leggerezza si perdono. Infatti, potrebbe essere qualcosa con cui abbiamo perso il contatto, tanto da non accorgerci nemmeno che ci sia. Per questo, all’inizio, la pratica della meditazione serve ad ottenere sufficiente stabilità ed un senso di interezza in relazione ai molteplici aspetti della nostra vita e a tutto quello che ci sta accadendo con un’attenzione ed una consapevolezza integre ed ampie. Questo è un atto cosciente che intraprendiamo.
Ci vuole un bel po’ di allenamento per andare contro le nostre reazioni, ma una volta che l’interezza è stabilita, cominciamo a provare interesse, perché siamo i testimoni di tutto ciò che ci accade, lo notiamo piuttosto che identificarci. Invece di essere arrabbiati, assistiamo alla rabbia, siamo consapevoli della nostra rabbia. Questa non è un’esperienza insolita e non è così difficile da realizzare; difficile è sostenere il processo senza ritrovarsi nel vortice emotivo e lamentarsi, star male o incolpare qualcuno, diventando reattivi. Quando ci ritroviamo all’interno di uno schema emotivo, avviene una contrazione e la qualità dell’interezza si perde, siamo ossessionati, perdiamo di vista anche il quadro generale ed il contatto con ciò che ci circonda. Non riusciamo, davvero, a vedere cosa sta accadendo intorno a noi, così presi da quell’emozione. Inoltre, ci sono i nostri atteggiamenti e gli atteggiamenti sono degli schemi congelati.
L’impatto con l’esterno mi può turbare, quindi, combatto, assumo un atteggiamento difensivo. Mi chiudo, vivo all’interno di una bolla e mi circondo di quello che mi piace. Tutti gli altri sono solo carta da parati. E così sorge questo atteggiamento di chiusura che sembra farmi stare bene. Riempio la mente di cose piuttosto interessanti con cui poter giocare: idee, filosofie e così via. Tuttavia, sono veramente sconnesso con ciò che sta succedendo nell’immediato; non è insolito, perché per una mente non allenata è molto difficile sostenere quell’ interezza in un mondo d’ impatto. E questo inizia molto presto, già durante la prima infanzia, il periodo della vita in cui siamo aperti, ma poi sperimentiamo l’impatto di ciò che è sgradevole, incerto, instabile e ci chiudiamo un po’,
ritorniamo ai nostri giocattoli.
Le persone vanno avanti così fino a 60 anni e continuano a giocare con vari tipi di giocattoli, a volte li chiamano armi, a volte ossessioni od hobbies, qualcosa con cui riempire il centro, qualcosa da accarezzare e farsi coinvolgere. Questo significa che non serve essere tanto aperti, possiamo sedere nelle nostre stanzette e giocare con le nostre idee, nozioni e così via, ne possiamo avere di abbastanza brillanti. Questa chiusura si osserva in situazioni pubbliche, dove le persone circolano e si sfiorano senza essere sintonizzati. Semplicemente non possono, perché la maggior parte vive in modo frenetico, non riesce a sedersi tranquillamente senza dover fare qualcosa, leggere, accendere un telefono o chiacchierare. E’ sempre impellente il bisogno di fare, tutto il sistema nervoso è sintonizzato sul fare, sul pensare, ricordare qualcosa, perciò non riesce ad essere più consapevole, segue una sorta di schema con atteggiamenti fissi che vengono giustificati: “Non riesco a star seduto a non far niente per tutta la vita”. No, non per tutta la vita, proviamo solo dieci minuti, non tutta la vita – solo dieci minuti. E’ questo il modo in cui si assumono degli atteggiamenti che diventano l’io sono.
Qual’ è l’emozione sottostante che non riesco a gestire? Ho bisogno di qualcosa, ho fame, ho bisogno di qualcosa di cui nutrirmi; ciò è accettabile, si può capire, ci possiamo relazionare e poi una volta che lo riconosciamo possiamo esplorare, chiedendoci: E’ questa fame? Su cosa si basa? Quali sono i risultati? Come ci si sente? Cosa succede? Dov’è l’energia di quella spinta? Posso stare con tutto questo? In fondo, tutti desiderano, tutti lo fanno.
Come sarebbe se formassimo un cerchio e ascoltassimo, magari con un’intenzione gentile. Va bene così, nessun giudizio, nessuna colpa, nessun attacco. È interessante osservare che coltivando in questo modo a volte quel tipo di fame si trasforma in qualcosa di piuttosto triste: “Non so dove mi trovo, mi sento impotente.” Nel cerchio sorge la compassione e se notiamo che questi atteggiamenti emergono nella nostra vita, ne possiamo riconoscere le emozioni sottostanti, gli atteggiamenti e i punti di vista che diventano difficili. Qualcuno può dire: “Beh, sono un uomo e noi uomini non parliamo dei nostri sentimenti, non lo facciamo, non parliamo di sentimenti”. A dire il vero è stato appena detto qualcosa sul modo di sentire, non è così? C’è qualcosa che non piace e questa è un’emozione, l’ha appena espresso, dicendo di essere un uomo e che gli uomini non parlano di emozioni.
Questa è un’emozione, non è vero? Viene usato il pronome noi per amplificarla e renderla simile ad una norma sociale che la rafforza; se lui dice che si sente a disagio quando parla di emozioni, va bene, neppure io mi sento sempre a mio agio. Ci sono emozioni che non si adattano all’ immagine che ho di me stesso; quando divento un po’ ansioso, debole o nervoso e associo questi stati all’idea di essere un ragazzo bravo e competente non ho proprio voglia di parlarne. Qui, forse dovremmo resettare l’idea di ciò che è un uomo. Ho dei pezzi fragili, dei pezzi nervosi ed altri impulsivi, se ci apriamo a tutto questo potremmo anche guardarli, parlarne nel cerchio, ci potrebbe giungere un senso di amore e guarigione.
Ho sentito anche dire: “Non sono sulla difensiva, semplicemente non ne parlo”. Questo non è altro che stare sulla difensiva, significa che già queste parole sono un segnale. Come ci si sente a non essere sulla difensiva? Ne voglio parlare, ok dipende da te, ma perché non vuoi esplorare, perché non sei disposto a parlarne? “Mi sento spaventato, ferito, è troppo difficile dirlo, ho bisogno solo di un po’ di spazio”.
Cerchiamo di essere realistici con questo tipo di illusione, che ci impedisce di entrare effettivamente in contatto con ciò che può guarire; se non riconosciamo che c’è del disagio, come possiamo cambiare? Iniziamo a rivedere l’idea dell’io sono: “Io sono sempre questo, sono sempre quello e lo sarò sempre” oppure “Devo farlo, sono obbligato ad essere forte, quindi sarò così”. Ti sei appena firmato un bel certificato di morte, che ti porterà enormi quantità di stress. Una persona di buon carattere può sentire che agire in quel modo sia un suo dovere, il suo obbligo è quello di essere lì per gli altri. Ebbene, se fossi in lei non lo firmerei. In questo caso è più ragionevole fare ciò che è possibile per sé, rispettando i propri limiti e sicuramente il meglio verrà fuori.
Ho dato un consiglio pragmatico per affrontare la vita quotidiana. Credo che, in generale, gli esseri umani siano fondamentalmente ben intenzionati, c’è molta bontà e buona volontà e penso anche che la maggior parte delle persone desideri iniziare la giornata cercando di fare del bene, di risolvere i problemi, di aiutare, senza alcuna intenzione di rovinare la vita agli altri.
Quindi, come fate a firmare questi contratti di obbligo senza rendervene conto, ma solo perché vi viene detto di doverlo fare? Una volta che vi arriva uno di questi ‘dovrebbe essere’ sapete che è la voce della sofferenza è già sulla vostra strada più veloce della posta, di un corriere. Una volta che avete ricevuto un ‘dovrebbe essere’, sentite lo stress che inizia, state cercando di solidificarlo in qualcosa e quel processo di solidificazione si chiama attaccamento, aggrapparsi, afferrare e si solidifica in un’identità fissa.
Le pressioni sociali ci fanno diventare un’identità fissa, ci chiedono di essere in un certo modo: “
Posso contare su di te, sii sempre lì per me per fare questo o quest’altro”, “Questo è quello che voglio e se lo fai ti sorriderò e ti dirò grazie”. Ok, è educato, ma in fondo non posso farlo, posso solo fare del mio meglio, ma non posso essere quello che vuoi tu, perché quello che vuoi che io sia è un’idea nella tua mente, è una speranza, un desiderio nella tua mente, non sono io. Come può un desiderio della tua mente essere me? Io e la tua mente siamo due cose separate, poiché io sono un’onda costante di cambiamento. L’esperienza del sé è una sorta di ondeggiare di sensazioni, energie, ci può essere stanchezza, vigore, interesse, gioia, irritazione, tristezza, é un mix di stati diversi, che cambia forma. Perciò quello che posso fare è cercare di tenere tutto insieme per uno scopo particolare su cui concentrarmi e poter fare del mio meglio.
Tuttavia, non posso essere all’altezza di un’ aspettativa, perché l’aspettativa è una fantasia, non è una realtà. Se vogliamo riconquistare il centro, innanzitutto, dobbiamo riconquistare la verità, abituarci alla verità e chiedere la verità.
Una volta che cominciamo a vedere la verità, ne possiamo distinguere due livelli: il primo livello è che questo è ciò che sta accadendo ora; al secondo livello sono consapevole di ciò che sta accadendo con una consapevolezza in grado di includere senza aggiungere, sottrarre o reagire. Questa consapevolezza o mindfulness è spaziosa.
Potremmo pensare all’esperienza come avvolta da un nodo scorsoio e ciò che facciamo con il nostro addestramento è assicurarci che il nodo sia abbastanza ampio, abbastanza stabile da includere tutto. Non si tratta solo di concentrarsi sul pezzettino di me stesso e tralasciare il resto.
Posso essere abbastanza consapevole seduto in un posto tranquillo dove nessuno mi disturba, ma dopo un po’ lui disturba la mia consapevolezza, un suono disturba la mia consapevolezza, quell’insetto mi disturba. Tutto ostacola la mia consapevolezza. Quindi, questa non è una buona consapevolezza, perché troppo fragile, basta una formica a disturbarla. Questo farà sì che vengano lasciati fuori molti pezzi. Espandiamo la consapevolezza per includere ogni cosa. Pensate al Buddha seduto sotto l’ albero della Bodhi in India senza aria condizionata, senza zafu. C’erano sicuramente insetti e formiche che strisciavano ovunque. Come si poteva meditare ed essere illuminati in quelle condizioni?
Quando si includono le irritazioni ed ogni altro fenomeno, si inizia a riconoscere il senso di un centro tranquillo, che non oppone resistenza, non si contrae, non combatte, non trattiene. Si tratta di una realizzazione. Continuate con la pratica in modo che sorga un certo grado di fede, è possibile, bastano un po’ d’impegno e un po’ di energia, rimanete presenti, accettate le cose, accettate la presenza di ciò che è spiacevole, noioso, inconcludente, frustrante.
Tutto ciò può non piacere, ma ora c’è solo questo e piuttosto che cavalcare le onde dell’ irrequietezza e dell’ irritazione e così via, abbiamo un’alternativa se ci soffermiamo con un senso di inclusione e di interezza.
Quando iniziamo a sentire una specie di campo risonante empatico, riconosciamo che questa è chitta o i fenomeni che sorgono e che hanno un impatto; sperimentare l’ impatto significa che qualcosa vibra, chitta è un campo risonante, raccoglie segnali e risuona con loro. Quando chitta non è addestrata, risuona con questi stimoli sulla base di schemi traumatici o modelli di desiderio: “Voglio questo, non voglio quello”. Così le onde s’ increspano, chitta inizia ad agitarsi. Le pratiche che possiamo sperimentare ci aiutano a riconoscere quegli stimoli e quando si verificherà un’onda, chitta invece di contrarsi ed essere trascinata via, lascia che l’increspatura passi. Non si tratta di una tecnica, bensì di un addestramento attraverso cui cominciamo a mantenere quel modello, percepiamo l’impatto, le impressioni e tutto ciò entra effettivamente in contatto con chitta.
“Ieri, lui mi ha risposto male, è stato davvero maleducato e scortese”. “Aspetta un momento, cosa sta toccando chitta?” “L’ha detto dopo tutto quello che ho fatto”. “Quindi, cos’ è veramente giusto, puoi investigare meglio?”. E’ un ricordo, si chiama percezione. Percezione, contatto, percezione. Quindi, c’è contatto, percezione e cos’altro? Sensazione, una sensazione sgradevole. Ecco che cosa l’ha contattata, la percezione, la sensazione. Se dico: “Quel tipo è proprio così”, si tratta di una reazione che si chiama sankara. E questi sono chiamati aggregati, l’aggrapparsi alla propria affermazione e quando ci si aggrappa c’è una contrazione che provoca una certa turbolenza e chitta non riesce a mantenere la sua stabilità ed apertura, di conseguenza si contrae. E c’è anche quell’emozione bloccata che continua a risuonare. Poi svanisce e ritorna il ricordo, ricomincia la reazione ‘sankara’ e la sensazione, finché non pensiamo: “Oh, mio Dio, sono sconvolto, sono pazzo, non lo sopporto” finché tutto questo diventa un ‘io sono’.
A causa della mancanza di sviluppo di chitta non è stato possibile poter mantenere quell’apertura. Le coltivazioni che sono molto importanti per rimanere in quella risonanza comprendono le qualità della benevolenza: metta, karuna, mudita, upekkha. Benevolenza intesa come una volontà di base alla non avversione, con il senso di un cuore amorevole piuttosto che chiuso, congelato o teso. C’è la risonanza di una qualità gentile, effusiva; karuna è una qualità empatica incline alla guarigione, alla protezione di ciò che è danneggiato o sofferente in noi stessi o negli altri, non ha molta importanza per quanto riguarda karuna.
Mudita è la qualità in grado di sintonizzarsi e provare gioia per ciò che è abile in noi stessi e negli altri nel passato, altrove, ovunque nel territorio di chitta. E upekkha è la capacità di accettare gli alti e bassi della vita senza esaltarsi o deprimersi, allenta i moti di approvazione e disapprovazione.
Questo è il territorio di chitta, questi sono chiamati i tesori di chitta, perché creano un particolare modello pervasivo e sono senza tempo; ciò significa che posso pensare a qualcuno che ho incontrato quindici anni fa e che mi ha ispirato, provando ancora oggi quella sensazione, sono davvero felice e grato, il cuore si illumina; tutti possiamo farlo.
In altre parole, il cuore non è bloccato nel tempo o nello spazio e questa è anche la natura di chitta, essa non esiste nel tempo e nello spazio, esiste in termini di karma, di eventi che l’hanno toccata, significati che l’hanno rallegrata o depressa e ci sono anche significati interiorizzati che rimangono bloccati in chitta e che la condizionano. Ognuno di noi può fare la propria lista di cose dolorose e chitta ha questi stati piuttosto spiacevoli, delle ferite profonde che non vogliamo più sentire.
Di conseguenza, chitta si chiude, c’è tristezza a causa della mancanza d’amore e di cura quando era necessario. Si può arrivare a pensare di non essere una persona molto simpatica o meritevole e
così sorge un atteggiamento.
Quando assumiamo un atteggiamento, c’è un’emozione repressa. In questo caso, l’atteggiamento è quello di non essere meritevole o bravo come tutti gli altri. Dopotutto, dobbiamo accettare il fatto che non siamo così bravi. Ecco, questo rappresenta un atteggiamento, un punto di vista. Come ci si sente? E’ piacevole o spiacevole? Mettiamola così: ne vorresti di più o di meno? Se non ci fosse, sarebbe certamente meglio. Questa si chiama sensazione spiacevole. Quando usciamo dal punto di vista, che è una strategia psicologica per controllare l’emozione e che in realtà non la controlla, ma la congela, ritorniamo sull’onda della sensazione e quando il senso di fallimento, di colpa, di inadeguatezza affiorano, ascoltiamo queste emozioni. Come personalità possiamo cavarcela, ce le possiamo scrollare di dosso, ma per quanto riguarda chitta rimane una triste risonanza e qui dobbiamo superare il punto di vista della personalità che ci dice: “Sono quel tipo di persona che non può fare molto”. E allora di cosa c’è bisogno? Della compassione. Potrei credere di non essere capace di compassione e di non essere una persona compassionevole, perché la personalità non lo fa. In realtà, non si tratta di essere persone compassionevoli o meno, questo riguarda chitta, non la persona. Chitta e il cuore non si occupano dei contenuti, delle storie, delle percezioni, delle reazioni, dei punti di vista, ma rimangono solo con il senso di ciò che è triste, inadeguato, non nutrito, mantenendo un po’ di spazio intorno, dove sorge spontaneamente la qualità della compassione.
Proprio in questo tipo di situazione le persone amano rivolgersi ad immagini che rappresentano la compassione. In particolare, le immagini femminili rappresentano la capacità di ascolto compassionevole. Ce n’è un grande bisogno. Guardiamo quelle percezioni od immagini. Cosa ci suscitano? Sorge una risonanza interna, che in un certo senso avvolge e permea la tristezza, il senso di colpa, l’ansia e così via. La pratica devozionale ne fa parte integrante.
Il Buddha rappresenta aspetti maschili e femminili: il sostegno, la fermezza, colui che ascolta ed è là per me. Molti sono interessati ad intraprendere la vita monastica, che coinvolge aspetti della psiche e possiamo dire che in tutto ciò c’è un po’ di fantasia; anche la maggior parte della vita è una fantasia, ma di diverso tipo. Per esempio, l’idea che si ha di nazione è una fantasia; si può dire che la Gran Bretagna è una nazione, una proiezione. I soldi sono una fantasia, anche il rock and roll, sono tutte costruzioni della fantasia. I vestiti sono fantasie, quindi meglio averne una di decente.
Una fantasia è un’esperienza di chitta, è il modo in cui chitta presenta qualcosa spontaneamente e che nel suo mondo è una realtà che avrà dei risultati definiti, in cui non mi sento così teso, scontroso e autocritico. Questo è un tipo di coltivazione fondamentale. Includiamo il dolore, il disagio e ciò che è bello con apprezzamento. Non si tratta di pensare di essere una persona fantastica, bensì di una qualità che è sorta in me e mi ha fatto sentire bene, non è mia, è sorta in quella forma gratificante.
Notiamo queste qualità del bene verso cui abbiamo bisogno di rivolgere la nostra attenzione per sintonizzarci con le forme che ci elevano, ci fanno stare bene. Ci sono molti segni che ci rattristano e ci fanno stare male, ma possiamo rivolgerci abilmente alle qualità in noi e negli altri che ci ispirano e sono degne di rispetto. L’equanimità consente di riconoscere gli aspetti spiacevoli e piacevoli, lasciando che le cose cambino. In questo modo, riusciamo a mantenere la fermezza e la consapevolezza di chitta, che permettono a queste onde di passare. Questa è una coltivazione; l’altra
coltivazione è quella di samadhi che, in realtà, fa la stessa cosa. Entrambe sono definite con il termine ‘soffusioni’, perché hanno la consistenza del vapore o della nebbia, permeano chitta e la aiutano ad aprirsi.
A questo punto, a mio avviso, dobbiamo soffermarci sul significato della parola concentrazione nel suo uso univoco e ristretto, mentre la consapevolezza o mindfulness fornisce il senso di un contenitore, include tutto ciò che è stato purificato e ne gioisce.
Questa è l’esperienza del samadhi, l’intero sistema nervoso si riaggiorna. Naturalmente, lo scopo è che gli stati di benessere siano essi stessi delle piattaforme o basi, per cui quando iniziate ad aprirvi al mondo delle circostanze sapete già cosa c’è sotto il coperchio, conoscete quella struttura come pure il tipo di sfide da affrontare, qui entra in gioco la visione profonda. C’è visione profonda una volta che chitta è diventata più ampia e i suoi grovigli e contrazioni si sono placati. La visione profonda vi consente di vedere ogni esperienza mentre accade, in modo molto più preciso, come una serie di micro eventi o dhamma. Prendiamo come esempio questa affermazione: “Ieri lui è stato scortese con me” o qualcosa del genere, in quell’esperienza si possono distinguere dei micro eventi. Dapprima, sorge un ricordo, un’interpretazione, poi la persona. In realtà, quello che ho sentito non era lui, è stato un senso di malessere e forse ho sentito alcune parole che mi hanno trasmesso un significato molto sgradevole, creando malessere e tensione.
E’ un evento composto da una serie di micro eventi, non una persona. Innanzitutto, abbiamo visto qualcosa e udito qualcosa, questi sono eventi della coscienza, poi è sorta la percezione che è un evento riguardante il significato, è una sensazione spiacevole associata alla nostra percezione, sankhara, le attivazioni, siamo stati stimolati, si tratta di un altro micro evento.
Quindi, tutti questi fenomeni si incastrano insieme e formano un’affermazione consolidata sull’identità: io sono questo, lui è quello nel momento in cui è successo, ossia giovedì sera. Ebbene, dov’è il giovedì sera? È stato giovedì sera, perché è ancora qui? Quindi tutto ciò viene congelato, ciò che in realtà è stata una serie di micro eventi si consolida in un’unità chiamata lui e me, poi viene immagazzinata nel ricordo, insieme con il dolore. Possiamo pensare che questo processo sia davvero folle. Se posso memorizzare qualcosa, perché non memorizzo solo un pò piacere?
E’ chitta che si contrae e immagazzina quell’esperienza, si aggrappa; si tratta di un riflesso. Però, con chitta ben coltivata, possiamo vedere o sentire qualcosa senza aggiungere altro. Siamo seduti a meditare alle cinque del mattino e sentiamo sbattere una macchina. Cosa sta succedendo? Sono solo le cinque del mattino, ecco che la mente comincia a proliferare.
All’inizio tutti abbiamo sentito un suono, lo abbiamo collegato ad una macchina in un contesto temporale: le cinque del mattino, un orario che viene associato al silenzio. Abbiamo creato una serie di micro eventi di accumulo. Abbiamo aggiunto una persona invisibile contro cui indignarci. E una gran quantità di sofferenza è stata appena architettata. Questa è una meditazione, arriva un punto di vista, un atteggiamento, quell’atteggiamento si è ora consolidato dando vita ad un’esperienza spiacevole. Sono venuto qui per meditare ed invece c’è del fracasso. Sono atteggiamenti. Non sarebbe meglio se solo ascoltassimo il rumore? Il suono riverbera, non è vero? Bang bang, crash. Allora, non è una macchina, non è una persona, non sono le cinque del mattino. E’ solo quella risonanza che si sta propagando e c’è la tua meditazione, questo è tutto.
Siamo qui per smettere di soffrire, praticando in questo modo è possibile. Poi, c’è l’altra macchina che sta continuando nella vostra testa simile ad una betoniera di pensieri. Si ascolta la betoniera nella testa.
Stai solo rimuginando. Tutte le tue opinioni si stanno sgretolando. Piuttosto di ascoltare questa roba, preferisco una qualsiasi betoniera, perché ognuno di quei suoni sembra essere come me, nella mia mente, io nella mia mente.
Di chi è questa mente? Se è la tua mente, allora chi sei tu? Forse è solo consapevolezza di cose che accadono e parte di ciò che accade sono pensieri. E ne abbiamo molti, perché stiamo cercando di risolvere qualcosa, di trovare una risposta, di allontanare qualcosa o di interessarci a qualcosa, riempiendo lo spazio che il pensiero non gradisce.
La mente si sente a disagio, quindi inizia a chiacchierare, c’ è sempre qualcosa di spiacevole di cui parlare, siamo estremamente sensibili alla sofferenza, probabilmente è più facile del piacere, lo vediamo in modo radicale, perché la sofferenza ci riporta alla condizione primaria di una creatura allo stato selvaggio. C’è una tigre da una parte ed una carota dall’altra parte, dove salta il coniglio?
Non salta per prendere la carota, ma scappa via dalla tigre, perché se si allontana dalla tigre, può ritornare e riprendersi la carota un altro giorno. Ma se si avvicina ora, la tigre lo assalirà. Quindi, siamo sintonizzati istintivamente su ciò da cui vogliamo allontanarci. Ecco perché tendiamo a teorizzare sulla sofferenza o sulle cose che non vanno bene. E l’idea della mente pensante è il nostro assistente, chi risolverà tutto per noi? La mente è stata addestrata per risolvere tutto. Questo è ciò che la mente pensante dovrebbe fare. È molto brava in matematica, non male nello spelling, impara un po’ di ingegneria. Un bel piccolo aggeggio, la mente pensante. L’unica cosa che non fa molto bene è di non soffrire. Non succede proprio. Nega abbastanza bene, ma non riesce a non
soffrire.
Molto spesso si cerca di convincere la persona sbagliata a fare il lavoro, a volte non ce ne rendiamo nemmeno conto, si sta cercando di allontanare la sofferenza della solitudine, del vuoto, del nervosismo senza avere chitta ricca e completa.
Quindi, alleniamo chitta a raggiungere la pienezza e l’integrità. E poi la mente pensante non avrà bisogno di fare molto, non abbiamo bisogno di punti di vista fissi o di atteggiamenti. Questa è la prospettiva; il Buddha diede un piccolo insegnamento quando chiese come si fa a prendersi cura di sé stessi quando ci si prende cura degli altri. Come ti prendi cura di te stesso? Se ti prendi cura degli altri, come lo fai? Coltivando la non violenza, la pazienza, l’ amorevole gentilezza e la comprensione. Coltivando queste qualità nei tuoi atteggiamenti verso gli altri, ti prenderai cura di te stesso, perché la tua mente e il tuo cuore non si perderanno nel rancore, nella delusione, nella frustrazione, nell’impazienza o nel disprezzo. Il tuo cuore ne sarà libero.
Questa è la nostra pratica, si inizia da qualche parte con la non violenza verso sé stessi. Iniziate da lì, dove vi è più facile. Una volta che iniziamo e otteniamo dei risultati, chitta saprà di voler crescere. E’ un processo che richiede l’impegno di una la vita.