
È tempo di tornare insieme,
mettersi in cammino
nei dintorni, parlare con i vecchi,
andare a trovare i malati.
È tempo di rischiare ogni giorno qualcosa
per aiutare gli altri,
fermarsi intorno al dolore
ma senza fermare il nostro viaggio. Essere attenti e lucidi non significa
congedare l’incanto, lo stupore, la follia.
Lo sfinimento
e la solitudine corale
non ci possono impedire
di parlare con gentilezza
agli sconosciuti, di restare sensuali, aperti ad accogliere l’inaudito,
l’impensato.
Bisogna richiamare in servizio altre epoche per non rimanere nella gabbia della nostra.
La gioia è sempre un patto
del visibile con l’invisibile,
lontananza e geografia,
radice e mistero.
La poesia sa le regole dello sguardo, sa dialogare con chi porta lo sguardo delle regole, fedeltà ai luoghi
e ricerca di verità ulteriori,
stretta di mano e viaggio solitario intorno all’osso che nessuno ha mai visto.
Non serve un altro mondo,
serve un altro modo di vederlo, di accudirlo.
Se ora è tutto un parlare a vuoto, bisogna che fioriscano i respiri e vengano tra noi ciuffi d’erba, abbracci, tremori
che non si comprano e non si vendono.
Nessun Dio, nessuna politica può salvarci se non ci facciamo trovare in allegre comunità o in tenerezze amorose, in fitte
vicinanze con gli animali
e le piante.
La miseria spirituale
si sta prendendo tutto,
il deserto delle armi avanza,
ma non può prendersi chi ha un canto, un desiderio,
un luogo, chi sa intrecciare
l’antico e il nuovo.
La poesia tutto dà, niente
prende. La poesia lavora
anche per chi la offende.