Un ladakho al Chakpori, il collegio medico di Lhasa

Un pomeriggio d’estate, nell’accogliente cucina della sua abitazione, Skarma, carpentiere, musicista, custode di templi e, principalmente, specialista dell’arte medica tibetana, parla del padre Tshewang Norpel, conosciuto nella regione
come uno dei medici tibetani più eruditi e capaci. Skarma racconta di aver seguito, sin dall’adolescenza, le orme del padre, divenendone discepolo e assistente, abbeverandosi alle fonti di conoscenze ed esperienze acquisite in Tibet, senza tuttavia raggiungere una competenza di pari livello.
Tshewang Norpel è stato uno degli ultimi ladakhi ad aver studiato l’arte medica in Tibet.
Da poco più di un millennio, il Ladakh è parte del mondo tibetano, da un punto di vista linguistico, religioso e culturale. I monasteri buddhisti del Ladakh sono sempre stati legati a quelli dei diversi ordini religiosi presenti in A Tibet. A partire dal XIII secolo, studenti, monaci e maestri ladakhi hanno soggiornato nel “Paese delle nevi”, per completare e approfondire gli studi religiosi e delle altre discipline insegnate da valenti maestri. La medicina era una di quelle.
Tshewang Norpel era un monaco dell’ordine Drigunpa, affiliato al piccolo monastero che sorge ancora oggi a Kanji, un villaggio del Ladakh occidentale.
Quel monaco desiderava ardentemente studiare la medicina tibetana e non esitò a farlo in una delle migliori istituzioni dell’epoca. Nel 1943 si aggregò a una carovana di mercanti, per intraprendere il lungo viaggio fino a Lhasa. Nella capitale tibetana, iniziò a frequentare la scuola di medicina del Chakpori, ”Collina di ferro”, che si trovava di fronte al Potala, il palazzo dei Dalai Lama. La scuola era stata fondata verso la fine del XVII secolo dal Reggente Sangye Gyatso.
L’organizzazione ricalcava quella delle istituzioni monastiche dell’ordine Gelugpa.
Al Chakpori, la medicina poteva essere studiata per praticare la professione medica, oppure soltanto da un punto di vista teorico, allo scopo di coltivare la compassione verso gli esseri senzienti. L’arte medica era infatti concepita come indissolubilmente associata alla dottrina buddhista.
Terminati gli studi, il percorso educativo poteva durare fino a nove anni, Tshewang Norpel entrò come maestro religioso nel monastero di Drigung, a nordest di Lhasa, la sede principale dell’ordine Drigungpa. Iniziò qui a esercitare la professione medica, acquisendo nuove esperienze, insieme con altri specialisti.
In quegli anni conobbe una donna, che presto divenne sua moglie, dalla quale ebbe due figli. Skarma era uno di questi. Nel 1961, a più di dieci anni dall’occupazione cinese del Tibet, Tshewang Norpel prese la decisione di ritornare nel Ladakh. Insieme alla moglie e ai figli, si stabilì a Kanji, nella casa di famiglia. In quegli anni, pochi specialisti ladakhi potevano vantare una conoscenza teorica e un’esperienza pratica pari alle sue.
Skarma racconta con enfasi una vicenda occorsa al padre. Negli anni 80 del secolo scorso, una signora italiana giunse a Kanji per incontrare suo padre. Le era stato diagnosticato un tumore, che aveva già raggiunto uno stadio avanzato. In Italia, i medici avevano previsto, per lei, pochi mesi di vita. I trattamenti somministrati da Tshewang Norpel nel corso degli anni successivi, sarebbero stati di grande beneficio. Quella donna rimase in vita per altri sette anni.

Foto: insieme a Skarma, Kanji, 2022