
Oltre la frontiera illegalmente, Tibet orientale 2016
Lasciata Derghe, la strada scende gradualmente fino al Drichu (Yangtse) attraverso una valle incassata. Il fiume segna il confine tra il Sichuan e la Regione Autonoma Tibetana. Per accedervi occorre un permesso del quale siamo privi. Ma abbiamo deciso di provare a oltrepassare quel confine. Sarebbe imperdonabile perdere l’occasione d’incontrare una persona che può raccontare di un mondo scomparso e, specialmente, di piante e di carta.
Dorje ferma l’auto lontano dal ponte, sorvegliato da due uomini in divisa, invitandoci a rimanere bassi tra i sedili. Con un foglio in mano, si avvia verso la stazione di polizia. Dopo alcuni minuti ne esce sorridente. Ripartiamo. Provo a comprimere il corpo ancora più in basso. Sono attimi di tensione. Riusciamo ad attraversare il ponte senza essere visti.
Dall’altra parte, nella Regione Autonoma Tibetana, proseguiamo lungo il fiume, in direzione settentrionale. Incontriamo piccoli villaggi. Le bandiere rosse cinesi, imposte dalle autorità locali, sventolano sui tetti delle abitazioni. Per alcuni istanti un velo di tristezza adombra i miei pensieri.
Le politiche cinesi nei confronti dei tibetani della Regione Autonoma sono severe, specialmente in relazione alla pratica religiosa. Diversamente, nelle Contee del Sichuan le restrizioni sono spesso minori. Con mio grande stupore, nel gonkhang di Kardze i fedeli potevano seguire gli insegnamenti del Dalai Lama, trasmessi su grandi schermi collocati all’interno del tempio.
Per evitare gli altri posti di controllo presenti lungo il percorso, prendiamo una strada alternativa. S’arrampica per pendii scoscesi su fino al crinale, per poi tuffarsi in una valle boscosa e selvaggia. Dopo circa un’ora di scuotimenti, ritroviamo il fiume limaccioso e, poco dopo, arriviamo a destinazione.
La casa della madre di Dorje è una robusta costruzione a due piani, in pietra.
L’anziana signora, insieme al fratello, ci riceve nella cucina, un locale spazioso, con pavimentazione e scaffalature di legna e un’imponente stufa di metallo annerito.
A novantasei anni, la signora appare in salute, attiva e interessata all’incontro con due stranieri. Il suo sguardo è sereno. Percepisco dolcezza ed empatia. Tiene nella mano un grosso mulino delle preghiere, che fa ruotare incessantemente. È contenta di parlare della fabbricazione della carta. Ma mi avverte che non dirà tutto. Preferisce mantenere segrete per gli estranei certe procedure. Alcuni anni prima non le aveva svelate, in cambio di un compenso, neppure ai rappresentanti di un’azienda cinese, interessati alla carta tibetana.
Davanti a una tazza di tè, la signora torna indietro nel tempo, agli anni della sua giovinezza, nella prima metà del secolo scorso. A quei tempi, il Regno di Derge esisteva ancora. Il re, l’aristocrazia e il clero dominavano la scena politica, economica e religiosa. La popolazione, composta principalmente di agricoltori e allevatori, includeva anche famiglie specializzate nella produzione della carta.
Suo padre aveva appreso quella tecnica da una di esse. In poco tempo, era riuscito a produrre una carta di qualità eccellente: resistente, fine, ben levigata e priva di impurità. La famiglia era ben presto diventata il principale fornitore del Re e della stamperia di Derghe, istituzione di sua proprietà. La consegna di quel materiale costituiva una forma di tassazione.
Uno dei segreti per ottenere una carta di qualità era quello di lavorare senza fretta, con cura. La materia prima era ricavata da piante presenti nella regione: le radici dell’agiarugia (Stellera chamaejasme) e i rami del shokshin, presumibilmente Daphne e/o Wikstroemia. Da quegli organi vegetali si estraeva il floema, che in quelle specie è accompagnato da lunghe fibre, resistenti e flessibili, materiale ideale per produrre la carta. Due tipi ne erano prodotti: uno per i pecha, i testi religiosi e un altro per lettere e documenti.
Il fratello della signora rovista in un vecchio baule appoggiato alla parete e ne estrae un pezzo di carta stropicciata, ingiallita dal tempo. Si tratta di una lettera, scritta negli anni 40 del secolo scorso. La carta è levigata e resistente, al tatto simile a un tessuto. L’uomo, applicando una certa forza, la lacera, staccando da essa un frammento. Me lo porge con un sorriso dicendo “ Conservalo come ricordo del nostro incontro”.
Foto: insieme all’anziana signora e a suo fratello, Tibet orientale, 2016