Ginepri come figli della divinità, Ladakh 2005 – 2026

Nelle praterie d’alta quota, luoghi incontaminati e lontani dal mondo ordinario, s’incontrano i fiori più puri, quelli graditi alle divinità. Lassù, i giovani non sposati hanno raccolto grossi mazzi di Delphinium blu, di Rhodiola rossa e di Gentianella azzurra, fissandoli su lunghi bastoni.
Il giorno delle celebrazioni, i giovani indossano l’abito tradizionale: una goncha di colore rosso bruno. Reggendo i bastoni adornati con i fiori, una cinquantina di essi entrano nell’area sacra. Si radunano vicino a un alto palo della preghiera, al limitare della foresta. È una foresta antica, di ginepri secolari: rami e tronchi contorti, talora fusi insieme nel tempo, brandelli di corteccia, radici serpeggianti aggrappate al terreno e chiome verdi che s’innalzano oltre i venti metri.
L’assistente dell’oracolo — quest’ultimo, anziano e malato, non ha potuto partecipare alla cerimonia — guida i ragazzi intorno al palo della preghiera, in una danza cantata. Un grido acuto rompe, all’improvviso, il canto: è il segnale per la partenza. I ragazzi si slanciano in avanti. Veloci, affrontano il pendio scosceso, corrono tra gli alberi secolari. Gridano, si spingono, scivolano, si aggrappano alle vesti dei rivali.
Tre di loro giungono per primi davanti a una costruzione bianca, incastonata tra tronchi enormi: la dimora di Phokar Jomo, una divinità della montagna. In origine, essa apparteneva all’antica religione popolare; successivamente, fu assimilata nel pantheon buddhista. Phokar Jomo ha la padronanza sulla valle intera, assicura prosperità e salute ai suoi abitanti. Da essi è rispettata, onorata e, qualora sia necessario, pacificata attraverso rituali specifici officiati dall’oracolo.
I tre giovani lanciano simultaneamente i propri bastoni sulla dimora della divinità come offerta, ma soprattutto per assicurarsi la vittoria in quella competizione.
Nasce una discussione accesa per stabilire il vincitore. Un uomo anziano, in piedi sulla dimora, dirime la contesa: la vittoria è assegnata al più giovane dei tre, un ragazzo di quindici anni. Egli s’avvicina con deferenza all’assistente dell’oracolo e china il capo per ricevere la khata, la sciarpa cerimoniale consacrata dall’oracolo, dono di grande prestigio e potere sacrale. Al giovane, Phokar Jomo concederà un anno prospero e l’onore del trionfo.

La vecchia foresta ospita la dimora della divinità, mentre i ginepri sono come i suoi figli. Guai a recare loro danno, guai a reciderne i rami, guai a contaminare quel luogo. Gira una strana storia tra la popolazione locale: durante un inverno particolarmente rigido, alcuni pastori tagliarono i rami dei ginepri per procurarsi della legna da ardere. L’ira di Phokar Jomo si manifestò inesorabilmente: per diverse generazioni, i discendenti di quelle persone nacquero con gravi malformazioni. Da quei tempi, l’area sacra, interamente occupata dai ginepri, è rimasta inviolata, rispettata e integra.
Il sacro e la presenza del divino sono elementi di riferimento fondamentali per i tibetani, che segnano la vita individuale e collettiva. Il rispetto delle tradizioni assicura alle comunità condizioni serene e prospere, in sintonia con il territorio e con i fenomeni che lo caratterizzano. Nel mondo tibetano, molte delle aree rimaste relativamente integre sono proprio quelle dove la presenza del divino è ancora sentita.

Foro: La dimora di Phokar Jomo, Ladakh 2024