
Antichi manoscritti nella cappella di famiglia, Lithang, Tibet orientale, giugno 2016
Gyurme, come altri amici tibetani, apre per me la cappella di famiglia. Si trova al primo piano della sua abitazione, una solida costruzione di pietra e legno, non distante dal monastero. All’interno, mi accolgono un altare con statue di divinità, thangka logorate dal tempo e mobili tibetani di produzione recente.
E’ sorprendente scoprire che questi ultimi sono pieni di testi buddhisti. Gyurme ne tira fuori una dozzina e, uno per volta, me li mostra. Rimuove con cura le copertine lignee, talora incise con fini decorazioni, e lo scampolo di stoffa nel quale il testo è conservato. Esso prende lo stesso nome di quello dell’abito del monaco.
Prodotti nel formato tradizionale, ispirato dagli antichi testi indiani, nella cultura buddhista tibetana i libri, manoscritti e xilografie, strumento essenziale per la pratica, sono considerati sacri. Rappresentano la parola del Buddha e dei maestri più importanti delle diverse tradizioni religiose. La parola sacra ha un proprio potere vibrazionale, in grado di dispensare benedizioni.
Osservo con stupore la precisione e l’eleganza con le quali amanuensi esperti tracciarono le sillabe sacre, con inchiostri rossi e neri, come dei veri artisti, e le pregevoli miniature di divinità e maestri rinomati, realizzate, su certe pagine, da abili pittori. Esibiscono colori allo stesso tempo vividi e naturali, ottenuti da pigmenti minerali e anche vegetali. I tratti di alcune raffigurazioni sono assai fini ed eleganti.
La carta è quella tibetana, non facilmente lacerabile e non attaccata dai microrganismi, fabbricata localmente da piante raccolte sulle montagne. Gyurme racconta che la maggior parte di quei testi furono realizzati a Lingkashi, nella vicina Contea di Bathang, nei primi decenni del secolo scorso. Aggiunge, forse per dare lustro a Lingkashi, sua terra natia, che la carta prodotta in quelle valli era la migliore, sia per la superiorità della tecnica usata dagli artigiani locali sia per la presenza di una pianta che, per quello scopo, offriva proprietà eccellenti.
Quei trattati, gelosamente custoditi nelle cappelle di famiglia, sono sopravvissuti ad alcuni dei periodi più bui della storia tibetana: l’invasione cinese, la resistenza e infine, durante la Rivoluzione Culturale, la furio iconoclasta delle guardie rosse.
Nascosti in grotte isolate delle montagne, interrati in buche profonde, scampati miracolosamente alle scorrerie barbariche, questi preziosi trattati riemergono alla luce del sole, inaspettatamente, quasi per incanto. Alcuni di essi si pensava fossero andati perduti per sempre.
La carta tibetana era il motivo per il quale avevo condotto quella missione di ricerca nel Tibet orientale. Per cercare di individuare le piante con le quali la carta di quei testi era stata prodotta, non mi restava, dunque, che andare a Lingkashi.
Avrei potuto incontrare persone che avessero familiarità con la tecnica di produzione e che conoscessero i luoghi nei quali quelle piante erano reperibili.
Gyurme accorre subito in mio aiuto. Nei giorni successivi mi avrebbe condotto nella valle di Lingkashi, “Il giardino felice”.
Foto: nella cappella di famiglia dell’amico Gyurme, Lithang, Tibet orientale 2016