Dove il cielo non ha fine, Ladakh 2002

Dal campo m’incammino verso una macchia verde, adagiata alla base di un pendio. Tra le montagne brulle e assolate, dove il regno minerale è dominante, quell’affermazione decisa di vita organica accende la curiosità.
Occorrono una ventina di minuti per raggiungerla. Inizialmente sembrava più vicina. Ma nei grandi spazi dell’altopiano la percezione delle distanze, e ugualmente del tempo e del movimento, si altera, ingannata dalla conformazione del territorio e dalla rarefazione dell’aria. Talvolta, disorientamento e smarrimento si fanno strada nell’animo del viaggiatore che cammina solitario in quelle vastità.
Si prova allora la sensazione di rimanere, pur spostandosi, fermi nello stesso posto, di non progredire affatto.
Un manto d’erba rasa ricopre interamente il suolo, pervaso di convessità e concavità, che rendono lento il cammino. Qua e là l’acqua affiora dal sottosuolo, fiori minuti punteggiano quel tappeto erboso. Quelli gialli delle pedicolari si
notano per primi. Il becco del fiore ricorda le corna del montone, proprio come evocato dalla designazione tibetana della pianta: lugruserpo, “corna gialle del montone”.
Le stelle alpine si sono dotate di cospicui apparati piliferi. S’incontrano di frequente nelle regioni centroasiatiche. Le praterie d’alta quota ne sono talora fittamente ricoperte. Vicino al terreno intriso d’acqua osservo teneri ranuncoli.
Frantumo tra i denti un fiore. Dopo alcuni istanti avverto sulla punta della lingua il sapore pungente. E’ per questo che i tibetani designano quella pianta cetsha mentok, “fiore della lingua che avverte il sapore pungente”.
Procedendo su quel terreno irregolare, da dietro una prominenza, con un balzo improvviso, una lepre scappa spaventata. Più avanti, scopro, ben nascosto tra le gobbe, la presenza di un nido. I pulcini protendono il collo verso l’alto, aprono la bocca, reclamando nutrimento. Che rischio nidificare in una località poco protetta! Non dev’essere difficile per i predatori individuare quei ricoveri e placare la fame. Tuttavia, se la natura ha scelto quella modalità, avrà avuto delle buone ragioni.

Guardo in basso, verso il campo ancora dormiente. Crinali di montagne, apparentemente desolate, si elevano in ogni direzione. La neve le ammanta soltanto ad altitudini forse prossime ai seimila metri. La luce intensa non lascia
scampo, diffonde nell’aria rarefatta, penetra dappertutto, come una lama affilata, illuminando perfettamente ogni elemento del paesaggio.

Piccoli gruppi di nomadi continuano ad abitare in modo permanente gli spazi sconfinati dell’altopiano, un mondo respinto dai più e apprezzato da pochi.

Alcune persone lo percepiscono come un ambiente ostile e disumano, per severità del clima e vastità degli spazi. Altri, invece, ne apprezzano la calma, il silenzio e il distacco dal mondo ordinario degli umani. Vi soggiornano per lunghi periodi, traendo da esso ispirazione per esplorare il proprio mondo interiore, per accrescere la capacità di concentrazione, per affinare ed espandere la mente e conseguire stati elevati di coscienza.

Foto: il campo, Lungmoche, Ladakh 2002