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Smarrimento | Richard Powers

Al cuore del libro

“Possano tutti gli esseri senzienti essere liberati dalle sofferenze inutili (…)

Ci sono quattro buone cose che vale la pena praticare. Essere gentili con tutte le creature viventi. Rimanere calmi e pacati. Sentirsi felici per qualsiasi creatura di qualsiasi luogo che è felice. E ricordarsi che qualunque sofferenza è anche la propria”

 

In questo momento sono bloccata, qui, di fronte alla pagina bianca.

Davvero, non so cosa scrivere…

Questa citazione, splendida nella sua semplicità, non è tratta da un libro di meditazione ma da un romanzo, e la prima riga è la preghiera che una mamma fa recitare ogni sera al suo bambino, “possano tutti gli esseri senzienti essere liberati dalle sofferenze inutili”. E qui, la mia mente ed il mio cuore spaziano…

Belle le parole della preghiera, bella l’immagine di una madre che insegna al figlio a pregare, a dare tempo, fra il caos quotidiano e il lungo silenzio notturno, al trascendente, all’augurare all’universo la libertà dal dolore.

Ma qui, vicino alla parola “sofferenza” è stato aggiunto l’aggettivo “inutile”.

Ed io, un po’ scocciata, mi chiedo se esistano sofferenze utili.

D’impulso ti rispondo di no.

Chi di noi accoglie… -ma sai che proprio non riesco ad andare avanti?- uff, mi riprendo, chi di noi, dicevo, accoglie la sofferenza con piacere? rassegnazione? indifferenza? accoglie e basta?…

In fondo si pensa, con un po’ di fede nella magia, che a me, proprio a me, non succederà nulla, che le brutte cose che sento accadere, accadano ad altri; non per malevolenza, no, ma come distanziamento, perché mi piace pensare di essere un po’… come dire, invincibile, forte.

Ma ognuno fa i conti nella propria vita con eventi e vicende dolorose: la sofferenza è inevitabile. Certo il primo pensiero non è, oh come mi è utile questa sofferenza. Cerco di sfuggire, di ribellarmi, di trovare un metodo rapido per placare il dolore, qualunque esso sia. Forse mi arrabbio con le persone vicine, con Dio; sento un profondo senso di ingiustizia, o forse in colpa e magari penso ad una sorta di punizione divina, un giusto tributo alle mancanze, ai peccati, a comportamenti irresponsabili.

E francamente, al di là di qualunque quadro di riferimento teorico a cui tu appartieni, che sia il cristianesimo, il buddismo o qualunque altra corrente di pensiero a cui tu fai riferimento per trovare risposte e senso alla tua esistenza, è indubbio che la sofferenza è inutile, e ingiusta… e la memoria corre alla mia compagna di banco del liceo, che allora durante le nostre frequenti discussioni, chiamavo Atena, la dea della guerra –lei mi chiamava Lucia Mondella, ma questa è un’altra storia-.

Atena aveva una malattia genetica degenerativa, camminava a fatica e poco tempo dopo la maturità ha dovuto ricorrere ad una carrozzina e poi al respiratore. Tutto questo non le ha impedito di essere una delle persone più intelligenti e brillanti io abbia mai conosciuto, e di essere la mia diabolica compagna nel combinare guai, discussioni provocatorie e scherzi negli anni di scuola. Abbiamo litigato tante e tante volte; dopo l’ira si faceva pace e lei mi ringraziava per quelle litigate perché diceva che le persone che le stavano intorno, vista la malattia, non la contraddicevano mai e lei si scocciava, non sopportava la pietà. Da Atena ho imparato tanto, a ripulire la compassione da ogni forma di “pena” o commiserazione, a non tralasciare mai l’ironia ma, soprattutto, a gioire anche delle piccole cose; negli anni lei ha gioito con me e per me per ogni cosa che realizzavo, lavoro, incontri, figli… Atena però era arrabbiata, a ragione, e non si dava pace per i tanti limiti che la sua condizione le imponeva. Non sopportava chi le diceva di avere pazienza, di dare un significato positivo, di trovare conforto nella fede: i miracoli sono una grande ingiustizia, mi ripeteva spesso, non vale che uno, ogni tanto venga prodigiosamente guarito: o tutti o nessuno. Lei mi ha insegnato che di fronte al dolore si fa silenzio.

Aveva ragione. Dopo di che ha vissuto intensamente ogni attimo di vita che le è stato concesso ma, sempre, con questo profondo senso di ingiustizia.

Ed io confermo. La sofferenza è sempre un’ingiustizia, ma è inevitabile, e non puoi fare altro che stare con quella sofferenza, che sia fisica o meno, come parte dell’esistenza, come parte di te, prenderla in mano ed averne cura. Esiste, come meta, il superamento del dolore? Non lo so. Ho compreso che esiste il cuore equanime che sa attraversare le intemperie della vita senza cadere nella disperazione. E questo, secondo me, è già tanto. Una sorta di decisione profonda di mantenere la pace interiore e continuare, incessantemente, ad alimentare la speranza.

Il libro da cui è tratta questa citazione è uno splendido romanzo. Non ti rovinerò il piacere della lettura rivelandoti la storia ma davvero è un libro che merita. Due i protagonisti, un padre ed un figlio, entrambi molto speciali, che devono fare i conti con un grande dolore, un lutto. Su questo si dipanano riflessioni, dialoghi, pensieri profondi, sull’ecologia, sull’interconnessione, sulla perdita, e questo ragazzino, Robin, che non potrai non amare fin dalle prime pagine del libro e gioire e soffrire con lui e per lui.

Ti lascio con uno stralcio di una poesia di Yeats citato nel libro:

“Considerando che, respinto ogni odio,

l’anima riconquista la sua totale innocenza

e scopre infine in sé stessa la fonte

del diletto, della calma e del terrore,

e che la propria dolce volontà è il volere del Cielo;

essa potrà, benché ogni faccia si dimostri ostile,

e il vento urli da ogni punto cardinale,

ed esploda ogni mantice, essere ancora felice.”

Richard Powers, Smarrimento

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