Platone, Apologia di Socrate

Al cuore del libro

“Avere paura della morte, o cittadini, non significa altro che credere di essere un sapiente, mentre in realtà non lo si è: infatti, è un credere di sapere cose che non si sanno. In effetti, nessuno sa che cosa sia la morte e se essa non si trovi ad essere per l’uomo il maggiore di tutti i beni; e invece gli uomini ne hanno paura, come se sapessero bene che essa è il più grande dei mali. E questa non è forse ignoranza, e anzi la più riprovevole, l’essere convinti di sapere le cose che invece non si sanno?

(…)

Consideriamo il fatto che c’è molta speranza che il morire sia un bene. In effetti, una di queste due cose è il morire: o è come un non essere nulla e chi è morto non ha più alcuna sensazione di nulla; oppure, stando ad alcune cose che si tramandano, è un mutamento e una migrazione dell’anima da questo luogo che è quaggiù ad un altro luogo.

Ora, se la morte è il non avere più alcuna sensazione, ma è come un sonno che si ha quando nel dormire non si vede più nulla neppure in sogno, allora la morte sarebbe un guadagno meraviglioso. (…) Infatti, tutto quanto il tempo della morte non sembra essere altro che un’unica notte. Invece, se la morte è come un partire di qui per andare in un altro luogo, e sono vere le cose che si raccontano, ossia che in quel luogo ci sono tutti i morti, quale bene, o giudici, ci potrebbe essere più grande di questo?

(…) Dovete pensare che una cosa è vera in modo particolare, che ad un uomo buono non può capitare nessun male, né in vita né in morte. Le cose che lo riguardano non vengono trascurate dagli dei.

(…)

Ma ormai è giunta l’ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere.

Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio.

Platone, Apologia di Socrate (Trad. G.Reale)

 

La notte è calda ed io non riesco a prendere sonno.

Giro e rigiro, alla fine mi alzo ed esco in terrazza. È silenzio, una bella sensazione, l’aria fresca. Nel cielo scuro una manciata di stelle, una luna discreta.

Sono in pace in questo preciso istante e posso lasciare spazio alla tristezza che in questi giorni ho cercato di silenziare in ogni modo riempiendo le mie giornate di impegni e rumore. Non volevo sentire. Non ci si abitua mai alla perdita di una persona amata, con cui si ha condiviso una lunga ed importante esperienza di vita… in questo caso, per me, il mio angelo custode.

La morte. Un tema impegnativo, certamente non un tema estivo –ma esiste un tempo ideale per parlare di morte senza provare dolore?-.

La tristezza non mi abbandona e così cerco conforto nei libri, in un libro particolare che ho riletto più e più volte negli anni, l’apologia di Socrate, appunto.

Non ho una cultura approfondita in filosofia –purtroppo- e non sono in grado di mettermi qui a parlare di Platone, della grandezza del suo pensiero, del suo genio letterario, colui che spiega la sapienza attraverso metafore, immagini, dialoghi pieni di suspense. Colui che non dimentica di rendere omaggio al suo maestro, Socrate, che noi conosciamo proprio grazie agli scritti di Platone –Socrate non ha lasciato scritto nulla- e che emerge in questo testo in tutta la sua grandezza.

Amico mio, mettiti comodo e prova a leggere: ti sembrerà di essere là, accanto a Socrate, ad ascoltarlo, attento, per fare domande –come in effetti avviene nel testo- e rimanere abbagliato dalla freschezza del suo pensiero, dalla logica impareggiabile, unico, attuale.

Sarai là, uno studente fra gli studenti e con lui ti chiederai, perché temere ciò che non si conosce?

Socrate, in quest’opera mirabile, è molto vicino alla morte: è stato infatti condannato a morte dal tribunale ateniese. Lui, Socrate, sa di essere accusato e condannato ingiustamente quindi anche la propria morte ingiusta. Eppure Platone ce lo descrive così, grandioso, fermo, con un pensiero limpido, un esempio di forza e carattere, che dona ai suoi allievi –e a noi- una grande lezione di compostezza ed equanimità.

Lo svolgersi del dialogo ti cattura, rimani affascinato dalla sua logica, e ti pare di vederlo, lì, in piedi, con la coppa di veleno in mano mentre fa la sua uscita –o entrata?- di scena: “è giunta l’ora di andare: io a morire, e voi, invece, a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio”

Sipario.

Di fronte a tanta grandezza i miei borbottii sulla morte e sulle morte ingiusta –e quando sarebbe giusta?- non sono altro che farfugliamenti senza senso!

Io non so cosa sarà di me dopo la mia morte. Forse ha ragione Socrate, un sonno senza sogni, oppure l’incontro con altre anime, oppure ancora, dice San Paolo, l’incontro perfetto con Dio, faccia a faccia, e vederlo così come Egli è. Sperimentare la completezza perfetta. Ma, appunto, non sapendo che sarà, non ne ho troppa paura.

La paura, o meglio, il dolore di oggi riguarda la perdita, perdere persone con cui ho condiviso importanti pezzi di vita, che ho amato, di cui custodisco ricordi. E, più in generale, perdere quotidianamente qualcosa, oggetti, conoscenza, ruolo, immagine, salute… Penso all’abitudine consolidata che ho nell’accumulare mentre in realtà ogni giorno è un allenamento al lasciare andare, coltivare piccole cose, istanti di vita.

Tutto il resto, rumore.

Buona lettura, amico mio.

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