“Il perdono non lo si concede ad altri (…) è qualcosa che nasce dentro di noi. Significa allentare il senso del dolore, o forse, ancora più importante, cancellare il ruolo di vittima”

“Essere perdonati significa avere la sensazione che ci sia tolto dalle spalle il peso del passato (…) significa sentirci liberi di procedere verso il futuro senza sentire il peso di chi siamo stati”

“La distinzione fra il fatto di poter perdonare o di essere in grado di perdonare lascia irrisolta la questione se dobbiamo perdonare”

 

Amico mio, medito su queste frasi e mi chiedo cosa significhi il perdono, non il perdono in generale, ma se io posso, se io sono capace di perdonare. Perché il perdono è un’arte difficile, l’arte del lasciare andare… Velocemente scorrono davanti ai miei occhi situazioni, persone, eventi accaduti nel tempo. Lascio andare le piccole scaramucce quotidiane, i bronci per questo o quello, i piccoli torti che penso di avere subito o che, spero senza malevola intenzione, ho provocato. Non che in queste situazioni sia facile perdonare, certo, e non voglio nemmeno dire che la difficoltà con cui si perdona sia direttamente proporzionale alla gravità del torto subito. Esiste il perdono a prescindere? Ecco. Questo vorrei capire.

Puoi perdonare qualcuno che ti ha profondamente ferito al cuore e che tu sei convinto lo abbia fatto intenzionalmente, che intenzionalmente non abbia custodito il tuo amore, non abbia avuto cura di te? Come traghettare le mille emozioni che ti attraversano, la delusione, la tristezza, il dolore, la rabbia, il giudizio, l’impossibilità di trovare cause, giustificazioni e tu che ti chiedi, incessantemente, come ha potuto fare questo a me?   Fidati, conosco bene e per esperienza il territorio…

Ti racconto una storia.

Un giorno, diversi anni fa, vado a camminare in montagna con un amico, un saggio, in una incredibile giornata di sole. Durante quella camminata parliamo di molte cose e ci ritroviamo a discutere sul perdono. Io sono arrabbiata, ho imparato a tenere a distanza chi mi ha ferito, sostengo che non può esserci perdono.  Lui parla di perdono e giustizia, cita Tommaso d’Aquino che riteneva che chi commette il male in qualche modo sovverte l’ordine e l’equilibrio delle cose e per questo debba rimediare. Il mio amico sosteneva che parlare di perdono sia un falso problema. Chi ha sbagliato deve impegnarsi e ripristinare l’ordine sovvertito. La persona offesa doveva, semplicemente, secondo lui, impegnarsi a non odiare. Io, mentre sudavo e camminavo, ricordavo una citazione di Romano Guardini in cui diceva che perdonare significa dimenticare. Dimenticare mi sembrava un affronto alla mia intelligenza, impossibile dimenticare, quindi nessun perdono. La questione chiusa…

Ma non è chiuso, e nemmeno placato, il dolore e quel mucchio di emozioni che ho nominato prima, delusione, tristezza, rabbia… sei tu che stai male, sei tu che ti porti dietro quel peso, sei tu che ti arrovelli e inquini la mente di mille pensieri.  Tu porti il peso di quel dolore, non chi lo ha provocato. E arranchi.

Capisci allora perché il perdono, nel senso di perdonare qualcuno, è un falso problema?

Tu puoi decidere se porre fine al tuo dolore ed allora praticare il perdono.

Puoi perdonare te stesso per essere stato ostaggio della rabbia per tanto tempo, per averla coltivata, distribuita, per avere usato il tuo dolore come un’arma e ferito altre persone che la vita ti ha messo accanto.

Puoi perdonarti per non esserti preso cura della tua felicità  pensando che la tua infelicità fosse causata da ingiustizie di cui eri vittima.

Puoi perdonare te stesso per  avere pensato che il tuo amore fosse senza valore, che hai amato inutilmente e il tuo amore sprecato perché ora sai che puoi amare semplicemente, sempre, e con tutto il cuore, come una sorgente inesauribile, e nulla va sprecato.

Se sei stato ferito è ora che tu ti prenda cura delle tue ferite, tu sei responsabile della tua anima, del tuo cuore. Tu puoi non coltivare il rancore. Thich Nath Hanh dice da qualche parte di non coltivare i semi della rabbia. Non è facile, ma puoi provare…

Ti propongo un piccolo esercizio. Leggi il libro che ti consiglio, Wiesenthal, Il girasole.

È un piccolo libro. Wiesenthal racconta la propria storia. Ebreo, internato in un campo di concentramento, viene chiamato al capezzale di un giovane soldato tedesco morente che gli racconta la propria storia, dei crimini che ha commesso, e chiede a Wiesenthal di perdonarlo in nome del popolo ebraico. Non ti dico qui la decisione di Wiesenthal, se perdona o meno, ma ti chiedo di fare quello che lui chiede di fare nella seconda parte del libro: invia il suo breve racconto ai suoi contemporanei e chiede loro cosa avrebbero fatto al suo posto, se avrebbero perdonato oppure no.

Le risposte che Wiesenthal riceve sono uno spaccato a 360 gradi sul perdono, sul suo significato, sulla giustizia. Può sembrare semplice esprimere un’opinione su un fatto, drammatico certo, ma storico, per noi lontano nel tempo, che di fatto non ti ha toccato direttamente e tu puoi pensare che a te non riguarderà mai.  Ma la storia è maestra: prova a prendere spunto dal libro, cerca nel tuo cuore un evento, un torto che hai subito, che ti ha causato dolore, e chiediti cosa significa per te perdonare, se puoi prendere in considerazione che tu –e il tuo cuore-  hai diritto a vivere nella pace.

Buona lettura.

Simon Wiesenthal, Il girasole

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